Sandro Badiali Carlo Prandi Ernesto De Martino: 1. L’Itinerario etnologico e storico - religioso La morte di Ernesto De Martino, avvenuta il 6 maggio di quest’anno, non ha interessato l’opinione pubblica, informata appena dalla schematica notizia offerta da qualche giornale. Nemmeno ha scosso la cultura ufficiale se, per quel che ci consta distratta com’è di fronte ai problemi etnologici e storico-religiosi, non ha ancora tentato su qualche rivista di normale diffusione una valutazione sia pure sommaria dell’opera di questo studioso, illustre per i risultati raggiunti nell’ambito dei suoi specifici interessi, esemplare per l’innovatrice metodologia con cui ha condotto le sue indagini (1). Metodologia per gran parte estranea all’area culturale italiana nel suo complesso e che nel concreto svolgersi della ricerca si poneva già oltre queirinsoluta alternativa tra le due culture per la quale il problema proposto dalla traduzione di un modesto libro inglese ha posto gli intellettuali del nostro paese di fronte alla improrogabile necessità di rompere il bozzolo degli schemi pseudoumanistici o scientisti entro cui si coltivano da tanto tempo gli orti conclusi dell’intellighentsia nazionale. Interdisclplinarità Sotto questo profilo E. De Martino era uno scienziato moderno nel senso più ampio del termine: egli aveva supeiato le strettoie di una concezione unilaterale delle scienze, quale poteva provenirgli dalla formazione universitaria, senza per questo lasciarsi imprigionare dal clima imperante nella cultura dei suoi anni giovanili, estranea, se non ostile a riconoscere alle scienze ima loro specifica funzione nello sviluppo della cultura e della civiltà. Formatosi nell’ambiente culturale napoletano dominato da Croce, egli aveva saputa mantenere un equilibrio aperto alle solle- citazioni più feconde del suo tempo, cogliendo, già negli anni quaranta, colle sue prime pubblicazioni, l’elemento fondamentale che soltanto oggi la cultura, almeno in Italia, sta scoprendo a fatica come condizione della propria sopravvivenza. Ci riferiamo anzitutto alla funzione integrante e dialettica, e quindi al di là di qualsiasi processo riduttivo, che le singole dimensioni del sapere svolgono nella formazione della cultura stessa e, di conseguenza, al valore che molte discipline (psicologia del profondo, sociologia, analisi strutturale, ecc.), per non dire mondi culturali extraeuropei — finora trascurati o sottovalutati per un persistente pregiudizio etnocentrico (*) (2) — rappresentano ai fini di una più ampia comprensione dei fatti umani e dei fenomeni storici. Irrazionalismo ed Etnologia Le ragioni che avevano portato De Martino ad interessarsi di etnologia e di storia religiosa non si inserivano in una tradizione che avesse a sua volta prodotto una scuola: l’Italia postunitaria ha avuto delle velleità coloniali, mai, se non per pochi anni, delle vere e proprie colonie. Le è quindi mancato il terreno che, per altre nazioni ha costituito la condizione non determinante, ma propizia per lo sviluppo delle scienze etnologiche e antropologiche. I Frazer, i Malinowski, i Lévy-Bruhl e tanti altri erano i prodotti di società che, nei modi propri del colonialismo classico, avevano fatto i conti con le civiltà « barbare » dell’Africa e dell’Australia o con le grandi tradizioni religiose e culturali dell'Asia. I conti li avevano fatti a loro modo, per la verità, alternando distruzioni e massacri con la creazione del mito del buon selvaggio, restando comunque chiusi in un concetto di (1) Fa eccezione un commosso ricordo di Cesare Cases comparso nei Quaderni piacentini (n. 23-24 - maggio-agosto 1965). (2) I vocaboli contrassegnati da asterisco si trovano, in ordine alfabetico, esplicati nel glossarietto posto in appendice. 14