verità e di cultura che solo dalla civiltà occidentale doveva discendere ai colonizzati. Gli intermediari di questo processo, anche quando si è trattato di manifestazioni di autentica santità — come nel caso della maggior parte dei missionari — o di completa dedizione — pensiamo ad Albert Schweitzer, recentemente scomparso — mantenevano con i popoli di colore un tipo di rapporto sostanzialmente paternalistico, convinti di dovere e potere offrire ogni valore civile e religioso sulla base di quel modello « occidentale » ed euro-neocentrico entro il quale erano stati educati. La situazione politica, l’ambiente, la stessa atmosfera in cui De Martino veniva maturando una decisione piuttosto insolita rispetto alle prevalenti direzioni della cultura italiana del suo tempo, erano di natura del tutto diversa, diremmo anzi che proprio il fatto di essere la decisione per un indirizzo diversa-mente orientato rispetto alle dominanti indicazioni crociane (a parte alcune personalità isolate seppure assai notevoli come Pettaz-zoni o Bonaiuti) lo ponevano in certo senso in una posizione di vantaggio rispetto agli studiosi e alle scuole di altri paesi. Se da una parte infatti egli aveva dietro di sè il vuoto, o quasi, nel campo desìi studi cui si stava iniziando e si trovava nella obbiettiva difficoltà di compiere quelle ampie indagini sul campo che costituiscono il merito dei grandi etnologi delle scuole evoluzionistiche e storico-culturali, dall'altra il contatto con rii ambienti antifascisti e il senso di crisi della civiltà diffuso nell’Occidente durante gli anni dell’anteguerra (Huizinga ne è stato uno dei teorici di maggior rilievo), uniti ad una severa formazione storicistica, maturavano in lui una serie di interrogativi precisi e razionali sulle oscure prospettive di quei momenti cruciali. La crisi non era per lui occasione di lamento e di rinuncia, ma stimolo a vedere più a fondo, a oltrepassare lo steccato entro cui si dibattevano gran parte degli etnologi europei. intenti più a dar nuova esca all’irrazionalismo dilagante, per trasferirlo nelle indagini sulle società cosiddette di natura, che a giudicarlo secondo una direttiva che non rifiutasse lo strumento essenziale della ragione. I dittatori fascisti «sciamanizzavano» (*) e la loro corsa alla guerra ricacciava i valori faticosamente conquistati durante secoli di storia in un pozzo che per la sua cupa profondità sembrava rievocare le tenebre dell’orda primitiva. In un’atmosfera così propizia al-l’insorgere dei profetismi — da Spengler ad Ortega y Gasset la loro area si era notevolmente allargata — Ernesto De Martino nella sua prima opera pubblicata nel 1941: Naturalismo e storicismo nell’etnologia, prendeva decisamente posizione e dal dato incontestabile della crisi partiva per porre in causa la civiltà occidentale non tanto e non solo considerata in se stessa nel suo complesso quanto in rapporto a quei mondi le cui presunte caratteristiche dominanti (cannibalismo, ferocia disumana, sfrenata libidine, in una parola barbarie) sembravano riemergere ora in Occidente per essere poste frettolosamente a sigillo della sua prossima fine. Si trattava quindi di cogliere valori o disvalori nei loro contesti e nei loro rapporti, ma da un punto di vista più alto che comprendesse il passato e il presente della storia umana entro un nesso significante di dimensioni e di e-sperienze cui doveva presiedere un lucido senso della storia. Ma pure lo stesso senso della storia era posto in causa: esso non doveva più comprendere soltanto la dinamica dei popoli di cultura, ma anche l’apparente immobilità di quei popoli che non ci si era ancora risolti a sollevare dal mortificante livello della « natura ». Al mosaico mancavano delle tessere senza le quali non era completamente decifrabile: queste tessere erano appunto rappresentate dal mondo primitivo. Ce lo spietra De Martino stesso in una pagina del suo primo volume: « La nostra civiltà è in crisi: un mondo accenna ad andare in pezzi, un altro si annunzia. Naturalmente, co me accade nelle epoche di crisi, variamente si attediano le speranze e variamente si configura il quid maius che sta per nascere. Tuttavia una cosa è certa: ciascuno deve scegliere il proprio posto di combattimento, e assumere le proprie responsabilità. Potrà essere lecito sbagliare nel giudizio: non giudicare, non è lecito. Potrà essere lecito agire male: non operare, non è lecito. Ciò posto, quale è il compito dello storico? Tale compito è sempre stato, ed ora più che mai deve essere. l’allargamento dell’autocoscienza per rischiarare l’azione. E l’autocoscienza storio-srafica si allarga non solo rischiarando gli istituti della nostra civiltà, non solo riportando alla consapevolezza il vero essere del nostro patrimonio culturale, ma altresì imparando a distinguere la nostra civiltà dalle altre, anche da quelle più lontane. Lo storico, per la parte che gli spetta nel dramma, e per il compito che egli è proprio, risponde all’appello dei tempi offrendo il suo contributo, e cioè una maggiore potenza di individuazione, preparatrice di una maggiore potenza di azione. Inoltre, certe forme recentissime di prassi politico-religiosa, certe disposizioni d’animo strane, certi appelli a esperienze ineffabili (si pensi al GemiXt (*) che stringe in unità sentimentale il suolo e la razza, la razza e il sangue) non si spiegano abbastanza con la storia del secolo decimonono, e. in generale, con la storia della civiltà nostra. Non si spiegano del tutto con tale storia la « bramosia di lontane esperienze ataviche» in un Moser(*), in un Wagner o in 15