una storia essenzialmente interna della civiltà occidentale, dal Rinascimento all’illuminismo, dalla ragione illuministica a quella storicistica. Si trattava di provare e riprovare la ragione storica dell’Occidente attraverso l’esperimento desueto con l’etnos (*) e di comprendere meglio le autentiche civiltà dell’etnos distinguendole da quel primitivismo contesto di sermon prisco e di bugia moderna, che operava in modo immediato e incontrollato nel costume e nella vita morale della nostra civiltà; si trattava di liberarsi, attraverso la scienza dell’etnos, dai cosiddetti « etnocentrismi occidentali » e dalle loro inconsapevoli proiezioni sia nelle civiltà dell'etnos sia nella « natura umana in generale »; si trattava di analizzare le condizioni storiche in cui, nelle civiltà primitive, erano maturate esperienze e risposte culturali diverse dalle nostre, e di chiarire come quelle esperienze e quelle risposte, lasciate rigerminare nelle condizioni della civiltà moderna, perdevano la loro autenticità e maturavano in conflitti e in contraddizioni che, in ultima istanza, avrebbero condotto la civiltà moderna alla catastrofe. Ma soprattutto si trattava di una presa di coscienza culturale che, nel momento stesso in cui si apriva alla comprensione delle civiltà cosiddette primitive, poneva in causa la stessa determinazione borghese della civiltà occidentale, la sottoponeva a verifica, ne misurava i limiti interni di origine e di sviluppo: ma tutto ciò nell’intento di guadagnare una migliore fedeltà al carattere e al destino della civiltà occidentale, ed evitando la falsa pietà storica dell’irrazionalismo variamente abdicante, gli smarrimenti di un relativismo senza prospettiva e le sospensioni pseu-do-oggettivistiche di un neutralismo che tradiva la morte di ogni capacità di scelta e della stessa volontà di storia. Il primo frutto di questo corso di pensieri fu il mio Mondo magico ». Ma perchè proprio il mondo magico? Non aveva forse affermato il Frazer nel suo ottimismo di borghese dell’età vittoriana che la magia era « una totalmente erronea interpretazione della natura » e che come tale, pur con tutte le sue suggestioni, essa si poneva agli antipodi di quella civiltà di cui la borghesia europea del suo tempo si sentiva la più autentica rappresentante? E se proprio nel clima del dopoguerra, dominato da forze centrifughe di varia natura, si imponeva un ritorno alla ragione, quale significato poteva avere l’immersione nel mondo magico se non come tentativo di rivederne le intime strutture alla luce di una completa revisione dei tradizionali parametri di giudizio? La magia ha accompagnato la storia europea dal Medioevo ai nostri giorni; i suoi scontri ed ibridismi con la cultura dotta, la sua lotta continua con le istituzioni ecclesiastiche che hanno cercato in ogni occasione di esorcizzarla con qualsiasi mezzo, non esclusi il rogo e la persecuzione — quando non era possibile catturarla sostituendone i contenuti o le finalità — venivano ora interpretati sulla base degli stimoli gramsciani in modo nuovo. Inquadrata nel grande scontro tra cultura di élite e cultura delle classi subalterne, tra religione ufficiale e religione popolare la magia assumeva un nuovo significato e una nuova dignità. Occorreva quindi riprendere la questione, rimetterla in discussione e tentarne una indagine unitaria alla luce di diverse e più articolate componenti. Questo appunto si proponeva Ernesto De Martino col primo dei suoi volumi dedicato al tema che più lo interessava da vicino. Il mondo magico Il Mondo Magico, che porta il sottotitolo assai significativo Prolegomeni a una storia del magismo, apriva nel 1948 la famosa « collana viola » della casa editrice Einaudi dedicata agli studi religiosi, etnologici e psicologici, che doveva assumere una posizione di particolare rilievo nella cultura italiana in seguito all’immissione rapida in essa di opere già divenute classiche e largamente note e « circolanti » nella cultura europea — per esempio le opere di Kerényi, Lévy-Bruhl, Ma-linowski, Frobenius, Volhard ed il celebre Ramo d’oro di Sir James Frazer escono in poco più di due anni per il fervido impulso di Cesare Pavese che dalle riflessioni sul mito era giunto agli interessi per le culture primitive. In questa fondamentale opera De Martino pone le basi metodologiche per la fondazione di una « etnologia storicista », a-perta cioè ad un reale incremento della consapevolezza storiografica in generale e intesa come valido contributo alla formazione di un moderno umanesimo in cui, mediante quei problemi che l’Autore stesso chiama unificanti, vengano spezzati i limiti imposti dalle viete partizioni accademiche e dal tenace influsso delle frantumazioni positivistiche (civiltà scomparse e civiltà viventi, le prime da ricostruire mediante tecniche filologiche o archeologiche, le seconde invece indagate sul campo; specializzazioni che distinguevano l'Oriente Vicino dal Medio e dall’Estremo, infine il folclore riservato all’Occidente). L’opera si articola in tre ampi capitoli, nel primo, Il problema dei poteri magici, viene affrontato il problema pregiudiziale da cui dipende in ultima analisi l’orientamento di tutta la ricerva e che di solito viene eluso, assumendosi come ovvio presupposto la totale irrealtà di ogni pretesa magica. Invece proprio l‘ovvietà di tale presupposto risulta, ad una 17