più accorta analisi, un intreccio di gravissimi problemi, tralasciati e occultati da una pigrizia mentale così stranamente tenace da costituire già di per se stessa un problema. Nel problema infatti della realtà dei poteri magici si dà come ovvio il concetto di realtà, mentre nel corso deirindagine ci si rende conto che con tale problema viene posta in questione non solo la qualità di tali poteri, ma anche il nostro stesso concetto di realtà, quindi non solo il soggetto del giudizio (t poteri magici) ma anche la stessa categoria giudicante (il concetto di realtà). Nel secondo capitolo, Il dramma storico del mondo magico, viene individuato il nucleo del dramma esistenziale magico nella volontà di esserci come presenza davanti al rischio di non esserci, intesa come creazione di un insieme di valori e di strutture che garantiscano l’individuo e il gruppo di fronte ai problemi e alle difficoltà dell’esistenza. Il fraintendimento e la svalutazione di tutto quanto è connesso con la magia sono in ultima analisi riconducibili, secondo De Martino, ad un limite caratteristico della moderna consapevolezza storiografica: l’ipostasi (*) metafisica della presenza decisa e garantita del nostro mondo culturale, vale a dire la presenza a noi data che non viene riconosciuta nella storicità della sua formazione, bensì proiettata acriticamente — come un ente in sè valido — in qualsiasi possibile cultura. Ecco allora che la magia, non è più falsa scienza e tecnica abortiva come per Frazer, si configura invece entro il mondo primitivo come un grande dramma soteriologico (*) collettivo in cui lo stregone, vero e proprio Cristo magico, si fa mediatore per tutta la comunità dell’esserci nel mondo come riscatto dal rischio di non esserci. E quindi, per concludere con le parole eccezionalmente pregnanti e lucide dello stesso Autore, « ... i poteri magici, lungi dall’essere espressione di una indiscriminata coinonia (*), sono piuttosto da intendersi per entro il dramma di una presenza esposta al rischio di non esserci, e che è in atto di difendersi da questo rischio: una situazione esistenziale storicamente determinata, da cui rampollano forma di realtà che sono estranee a una situazione storica in cui la presenza sta garantita in cospetto di un mondo allontanato e ricevuto come dato. Per Hegel la magia consta ancora di « superstizioni » e di «aberrazioni di menti deboli»: ma questa antitesi fittizia fra « cultura » e « magia » (o anche fra libertà e magia, fra storia e magia) deriva appunto da una persistente limitazione dell’ orizzonte storiografico, per cui si riconosce alla cultura, alla libertà e alla storia solo il dominio dei valori tradizionali dello « Spirito ». Hegel non sembra rendersi conto che anche la semplice e umile presenza, che sembra accompagnarci senza dramma nell’agone quotidiano per i valori dello « Spirito », anche Tesserci può diventare problema culturale, centro di storia e argomento di libertà. Senza dubbio la liberazione che si compie attraverso la magia è assai elementare, ma se l’umanità non se la fosse mai guadagnata, non le sarebbe mai stato possibile porre l’accento sulla liberazione che oggi l’affatica, la reale liberazione dello « Spirito ». E la lotta moderna contro ogni forma di alienazione dei prodotti del lavoro umano presuppone come condizione storica l’umana fatica per salvare la base elementare di questa lotta, la presenza che sta garantita nel mondo ». La magia nel Sud Acquisito così mediante l’allargamento dell'orizzonte storiografico il concetto fonda-mentale della presenza decisa e garantita non come entità metafisica ma come bene storico e quindi revocabile in situazioni in cui gli individui vengano sottoposti a tensioni traumatiche di particolare intensità, come forti sofferenze e privazioni, guerre, carestie, lutti e simili, De Martino nella successiva poderosa opera, Morte e pianto rituale nel mondo antico: Dal lamento pagano al pianto di Maria (che vinse il Premio Viareggio nel 1958) porta in maggiore profondità l’analisi del concetto di perdita della presenza, valendosi anche dei contributi della moderna psicopatologia, e prospetta la soluzione del problema storico-religioso del lamento funebre antico nelle sue complesse relazioni col pianto rituale legato al nume che scompare e che ritorna nel quadro delle civiltà euromediterranee. Non essendo la crisi del cordoglio che un caso particolare della crisi della presenza, il lamento funebre si configura come una tecnica rituale che nella plasmazione culturale del saper piangere media e porta a risoluzione la crisi scatenata dall’evento luttuoso che altrimenti rischierebbe di travolgere la persona in una disperazione irrelata e irrisolvente. Partendo da una seria di esplorazioni etnografiche condotte dal 1950 al ’57 sulla bassa magia cerimoniale lucana, in Sud e Magia (Premio Crotone 1959) De Martino cerca di ricostruire attraverso il documento folclorico-religioso l’intricata serie di conflitti, di contraddizioni, di compromessi, di formazioni intermedie di raccordo fra la vita culturale di vertice e le sue forme popolari più basse, in cui vengono accuratamente messe in rilievo le accentuazioni magiche del cattolicesimo meridionale, la non partecipazione deH’illuminismo napoletano alla polemica e-splicita e impegnata contro i tratti magici e ritualistici della religione confessionale e la 18