elaborazione (da parte di alcuni illuministi napoletani alla fine del ’700 — soprattutto di Nicola Valletta con la sua famosissima Cicalata sul fascino, volgarmente detto iettatura del 1787) della ideologia della jettatura come compromesso oscillante tra il serio e il faceto, tra l’antica cupa fascinazione medievale e il razionalismo settecentesco. In appendice al volume compare una breve notizia dal titolo Intorno al tarantolismo pugliese, in cui è dato scorgere in nuce l’interesse dell’Autore verso quel fenomeno culturale che formerà oggetto dell’indagine successiva compiuta nella penisola salentina nel giugno del 1959. I risultati sono esposti nel volume intitolato La Terra del Rimorso, che sul catalogo de II Saggiatore edito nella primavera del ’62 l'Autore stesso presentava, insieme ad altri volumi di contenuto etnologico, entro una prospettiva nella quale il problema etnografico, invece di essere trasferito nelle regioni tradizionalmente note come sedi delle civiltà « primitive », veniva interpretato come una nuova dimensione della « questione meridionale ». I motivi prossimi del problema era- no costituiti dall’incontro diretto dell’Autore con le plebi meridionali in veste di commissario politico del partito socialista; i motivi remoti erano rappresentati dalla questione ancora irrisolta dei modi e delle ragioni per cui la religione del Sud si era venuta strutturando, se così si può dire, secondo forme che la distinguevano dal comune comportamento religioso riscontrabile nell’Italia centro-settentrionale. Il tarantismo — prendiamo liberamente da un’intervista concessa a L'Espresso nel settembre del '61 — è l'effetto del morso di un mitico ragno avvelenatore, la taranta, curato mediante il simbolismo della musica, della danza e dei colori. Esso è un nesso culturale di crisi, di cure e di guarigione, che, nelle condizioni date, assolve un’effettiva funzione riequilibratice e reintegratrice. Nel passato il fenomeno era stato ridotto alle sue componenti psicopatologiche senza coglierne gli aspetti culturali che in modo inconscio facevano da sfondo alla crisi. Ernesto De Martino, proprio per poterlo studiare in tutta la sua complessità, decise di compiere un’indagine « sul campo » valendosi della collaborazione di quattro giovani specialisti, rispettivamente in psichiatria, psicologia, etnomusicologia (*) e antropologia culturale, coadiuvati da un’assistente sociale cui spettava il compito di stabilire i contatti con i tarantati ed i loro familiari. Generalmente il ciclo del tarantismo si svolge nel modo seguente: il soggetto (nella maggior parte dei casi una donna) sente di esser stato pizzicato in giovane età durante il periodo della mietitura. Dopo questo pri- mo morso, annualmente la crisi si ripete e la sua manifestazione è assai complessa, perchè vista esteriormente potrebbe essere interpretata come un tipico attacco isterico. Il tarantato si sente stimolato al ballo e questo stimolo può durare diversi giorni. Normalmente il soggetto attribuisce il sorgere di questa tendenza ad un ragno che cambia dimensioni e colore e che si manifesta nelle circostanze più imprevedibili. La cura della crisi viene effettuata dai familiari secondo un procedimento, di antica tradizione, consistente nella esecuzione da parte di una orchestrina che suona senza sosta, di motivi e di ritmi elettivi, tendenti cioè a guidare i movimenti inizialmente scomposti del tarantato entro un rituale che dia loro significato e potere risolvente. La cura può essere effettuata in due tempi distinti: nella prima fase — domiciliare — la danza del tarantato si svolge sopra un lenzuolo disteso sul pavimento — « il perimetro cerimoniale » — con l’ausilio, come si è già detto, dell’orchestra e inoltre di nastri di colori diversi che esercitano una particolare azione sulla psiche del tarantato. In alcuni casi la crisi si risolve per mezzo della sola cura domiciliare, in altri casi invece si rende necessario il suo completamento in un luogo sacro. Tipico è il caso della cappella di San Paolo a Galatina (provincia di Lecce) nella quale ogni anno alla fine di giugno si recano tarantati di ogni età per essere curati sotto la protezione del Santo. Dopo una significativa casistica rilevata in una zona sufficientemente ampia — il Salente — De Martino allarga l’indagine comparando il fenomeno ad altri che, pur in orizzonti storici e culturali diversi, manifestano analogie forse riconducibili, secondo una suggestiva ipotesi demartiniana, ad un arcaico complesso mitico-rituale protomediterraneo. Ma in quale rapporto le sue ricerche si ponevano rispetto alla più generale storia del meridione e quale significato pratico esse assumevano? Lasciamo la risposta allo stesso Autore: « Molto probabilmente si dirà che, da un punto di vista pratico, queste ricerche di storia religiosa del Sud sono inutili perchè si tratta di fenomeni che scompariranno da sè in breve volger di tempo, travolti dalla civiltà moderna. Ma troppe cose, nel nostro Sud, muoiono « da sè », senza che la co scienza e la ragione ne traggano alcun merito operativo, e troppe invece sopravvivono senza che la coscienza e la ragione ne avvertano in termini di trasformazione le pungenti contraddizioni. Io credo che il significato pratico di ricerche di questo genere sia nella presa di coscienza che ne deriva, e nella nuova sensibilità meridionalistica che ne ri sulta ». 20