Proposte di Poesia Tecnologica Due Ipotesi <#I lettura Armando Plebe recentemente in Angelus novus (N. 3), con un tono tra il risentito e l’ironico, ha elencato l’avanguardia geometrica, l’avanguardia viscerale, l’avanguardia fenomenologica, l’avanguardia semantica, l’avanguardia giornalistica. Dovrei aggiungere dunque anche un’avanguardia tecnologica? L’inchiesta condotta da Dopotutto (Letteratura N. 73) sembrerebbe fornircene l’occasione... e aggiungerei magari volentieri una ulteriore aggettivazione di-scriminante. Preferisco, però, tuttavia eliminare la distinzione tra avanguardia e retroguardia e parlare semplicemente di poesia tecnologica come fatto di cultura. Perciò vorrei fissare l’attenzione su alcuni punti. Anzitutto, mi sembra che la proposta della poesia tecnologica non implichi la scelta fra monolinguismo e plurilinguismo: una tale scelta, se mai c’è stata, ha trovato risposta nella soluzione naturalistica o realistica. Perciò, mi pare che prima di un problema linguistico si tratti di un problema sociale, ideologico, politico. Oggi un mondo borghese — della cui dissoluzione siamo tutti facili profeti — impone i propri moduli alla collettività sociale: il più significativo di questi moduli è un linguaggio cristallizzato che tende ad autonomizzarsi rispetto al parlante stesso, fin quasi a paralizzarlo. Nella sua realtà opaca questo linguaggio tende a disporsi di fronte all’uomo con la dimensione senza alternativa, che lo ipnotizza. Insomma l’azione è propria dello slogan, la passività invece connota l’uomo. C’è una stanza dei bottoni anche per le invenzioni linguistiche che alla collettività pervengono dall’alto, piene di carica suggestiva e magica. Il triangolo industriale, o, comunque, il mondo borghese sacralizza le invenzioni linguistiche, le divulga in tono assiomatico. Le forze progressive non ignorano il mondo borghese: anzi instaurano il rapporto necessario con quello, solo per esorcizzarne le formule magiche. La dissacrazione, infatti, è possibile oggi solo mediante l’oggettivazione critica del « dissacrando ». In tal senso la poesia tecnologica considera il « mito » tecnologico, lo innalza apparentemente a idolo solo per rivelarne la necessaria umanizzazione. Il linguaggio tecnologico è alla base della sintassi poetica solo per volontà del poeta che si rifiuta di feticizzarlo. Perciò il rapporto linguaggio cristallizzato e poeta non è casuale: è anzi regolato da scelte che sono operate con una filologia, che diremmo, del presente. Cioè il poeta si oggettiva di fronte all’universo linguistico, lo smonta, lo analizza; sceglie nel nuovo linguaggio il termine o i termini più semantica-mente mistificanti. La scelta non avviene perciò entro la comodità superficiale del quotidiano, ma nel super-strato linguistico entro cui si fissano sublimate, quasi incontrovertibili, le invenzioni apparentemente più autentiche del linguaggio stesso. Sono invenzioni operate dopo uno studio cavilloso dei gusti e delle preferenze illusorie del consumatore: la psicologia della propaganda, la statistica, la persuasione occulta (raggiunta con le più raffinate tecniche della psicologia della forma) metafisicizzano gli slogan, che divengono così forze operanti. Dunque, da tale superstrato linguistico la poetica tecnologica trae la direzione della scelta linguistica. 22