Dorfles parla di una dissacrazione operata mediante l’ironia, Pignotti sottolinea questo aspetto ironizzante e lo propone come garanzia di immunità di se stessi di fronte al mito. La poesia tecnologica è inoltre poesia utile, diverrà « elemento costitutivo di una futura cultura democratica ». Si è parlato della opportunità di proporre poesia visiva sui grandi tabelloni pubblicitari delle autostrade. Mi piacerebbe ricordare l’opportunità di diffondere la poesia tecnologica come offerta di alta coscienza e di oggettivazione critica rispetto all’oggetto: proporre e divulgare il disincanto. Del resto la tattica di Pignotti non consiste forse nel distribuire in un’area larghissima i testi dissacranti? Si è detto, alcuni giorni fa, della difficoltà di reperire il materiale poetico per un dibattito redazionale; a mio parere sarebbe più esatto parlare di intrinseca necessità che i testi siano sparsi, diffusi anche nelle riviste delle ultime provincie. In volume, la poesia tecnologica viene soffocata, condannata ad isterilirsi, privata della sua funzionalità. Se la poesia tecnologica non è tanto «poesia-poesia», quando «poesia-saggio, poesia-documento», dovrebbe, con un estremo atto di coscienza, essere inserita nelle scritte al neon, divulgata nella sua intenzione corrosiva, a guisa della segnaletica stradale. Diverrebbe in tal modo un simbolo di cui si conosce ogni struttura: i cittadini umanizzerebbero l’oggetto-nome e si ritroverebbero come depositari essi stessi della facoltà mitopoietica. Si è usato il termine « cittadini » per il fatto che la poesia tecnologica può manifestarsi come suggestione disalienante solo in particolari e precisi contesti sociali. È legata infatti ad un tipo preciso di produzione industriale, ad un certo tipo di propaganda commerciale, ad un tipo ben preciso di consumatore di prodotti, che la pubblicità ha costretto a prendere in considerazione. Un’ultima osservazione: gli oggetti-nomi (bevete Coca-Cola; il re dei sott’aceti, spiacenti ragazzi... a scuola... ma prima alla Upim) si offrono illesi nella assiomaticità; la funzione ironizzante li rende ambigui, cioè potenzialmente spodestabili e disponibili a vari livelli fruitivi: da qui l’allargamento da una presunta funzione elitaria ad una funzione di massa. GINO BARATTA Apocalittici o integrati? L’alternativa affacciata da Eco mi pare ritorni con particolare emergenza a proposito di quella « poetica tecnologica », che il gruppo fiorentino facente capo a Pignotti e Miccini, da tempo si perita di sostenere. Perchè, a nostro parere, se è perfettamente legittimo quel che ha fatto Baratta, vale a dire un discorso impiantato sul vivo della produzione concreta del « Gruppo ’70 » — le cui effettive capacità di rottura sono ritrovate nella demistificazione operata a livello di quel super-strato linguistico su cui convergono le tecniche della « persuasione occulta » — è anche vero che il discorso, chiuso in questi termini, sembra un po’ soffocato. In effetti Baratta, se ha insistito molto bene, a proposito dei rapporti fra arte e tecnologia, sul momento della dissacrazione del linguaggio tecnologico operata dalla neo-avanguardia (uso questo termine unicamente come punto di riferimento), è tuttavia finito col dare univoco rilievo a una particolare accezione (o significato) di questa operazione, quella riguardante la corrosione di quelle formule linguistiche 23