che il sistema immette giorno per giorno nel linguaggio quotidiano tramite la capillarità dei sistemi di comunicazione, e che tendono a porsi, rispetto al singolo, come forze meramente disalienanti. Ora non c’è dubbio che uno degli obiettivi che i componenti il « Gruppo ’70 » si sono posti sia anche questo, anzi che esso acquisti un particolare rilievo proprio per le sue possibilità d’incidenza nei confronti del sistema, ulteriore passo verso « quella cultura veramente democratica » cui allude Pignotti. Ma quando Pignotti e Miccini portano avanti le loro istanze per una « poetica tecnologica » alludono anche ad altro: altro che, se può ancora non trasparire compiutamente dalla produzione poetica sin qui offerta, è tuttavia oggetto di discussione, di dibattito e dimostra in ogni caso la volontà (e la consapevolezza) di volere portare avanti un discorso che vorrebbe essere di rottura. Questo « altro », che per me costituisce poi il leit-motiv dell’arte tecnologica, è in sostanza il postulato, sostenuto in sede di poetica, di un rapporto diretto fra operazione estetica e società tecnologica, o, sempre per citare Pignotti, tra operazione estetica e società di massa. Ora la novità non consiste tanto in questa semplice dichiarazione di contenuti. In fondo, per fare un esempio, scrittori appartenenti alla più recente narrativa, come è il caso di un Ottieri o di un Volponi, tanto per fare qualche nome, hanno da tempo fissato la loro zona di operatività proprio sul particolare clima in cui viene a situarsi il rapporto soggetto-oggetto nel quadro dell’odierna civiltà della macchina Si potrebbe obiettare che il paragone non è perfettamente calzante in quanto il Gruppo ’70 lavora soprattuto sui moduli linguistici della società tecnologica, più che sui contenuti della medesima; e questa è stata anche la linea di difesa assunta da Pignotti nei confronti delle accuse di « contenutismo » mossegli da Barilli. Ma Pignotti ha anche affermato che l’arte tecnologica deve « far suoi sia la problematica che i moduli della società tecnologica »: non ci pare quindi che la sostanza del discorso, una volta che ci si soffermi alla delimitazione dell’area di operatività, muti gran che. Insomma, se il lavoro del Gruppo ’70 si limitasse a un’operazione linguistica volta a rinsanguare le fila d’una tradizione aulicheggiante ed esausta, col far leva sui moduli tecnologici come medium fra poesia e senso comune, fra scienza e letteratura — tramite quel processo che oggi va sotto il nome di « decontestualizzazione » — non mi pare si avrebbe il diritto di parlare di rovesciamento della tradizione, di eversione dei valori o che altro dir si voglia. In fondo un’operazione del genere non è affatto nuova, se si pensa che in termini non dissimili già si esprimeva Gadda sin dal 1929: si tratterebbe più che altro di un’apertura della lingua letteraria verso nuove zone di disponibilità, semplice allargamento della tradizione, dunque. Invece il discorso di Pignotti non si ferma qui. Quando egli parla di poetica tecnologica, ne parla come dell’unica possibilità di fare poesia in una società che tende inevitabilmente a costituirsi come società di massa. L’unica possibilità di sopravvivenza che ha la poesia in una società di massa, sostiene Pignotti, è quella di accettare il condizionamento posto dalle strutture di tale tipo di società. E di rimbalzo Miccini « All’istituto letterario non rimane che l’intelligenza col nemico o perire ». È a questo punto, dunque, che torna in ballo l’alternativa di Eco: fra l’essere « apocalittica » o « integrata » la neo-avanguardia, il Gruppo ’70, non ha dubbi e decisamente sceglie la via dell’integrazione come l’unica oggi possibile, 24