lasciando implicita, dietro le ragioni di tale scelta, la polemica nei confronti della tradizione umanistica, rea di essere ancorata a una nozione élitaria — e quindi falsamente umanistica — di uomo. E sin qui personalmente mi sento d’accordo. Che il processo in atto di democratizzazione della cultura debba prima di tutto saldare i conti con la vecchia concezione aristocratica dell’arte, che in altre parole si debba operare per la costruzione di una nuova antropologia, è cosa per me del tutto pacifica. Quello che piuttosto mi lascia perplesso, sono i modi con cui si ritiene di poter giungere a tale sovvertimento. E ciò non tanto per la preoccupazione — peraltro legittima — che l’assunzione di una poetica tecnologica comporti il rischio d’una feticizzazione del dato tecnologico, sino al punto di giungerne a una trascrizione meccanica e passiva. In fondo le prove sin qui date da un Pignotti o da un Miccini testimoniano dello sforzo costante di umanizzazione in chiave ironico-demistificante del dato tecnologico stesso. Quel che non mi quadra è che la via verso la democratizzazione della cultura e dell’arte debba necessariamente passare per i mass-media, nel senso di un’adegua-zione dell’esercizio stesso delParte alle strutture (e quindi anche alle leggi) della società industriale. Ora è evidente, come sostiene Pignotti, che un messaggio veicolato attraverso la televisione, o la radio, o un grosso editore, acquista capacità d’incidenza maggiori di un altro a circolazione più limitata. Ma un conto è assumere le comunicazioni di massa come veicolazioni privilegiate per la diffusione del prodotto artistico (in questo caso i mass-media resterebbero un « poi », uno « strumento » rispetto all’opera d’arte) e un altro è produrre per i mass-media, condizionare l’opera d’arte alle esigenze della società industriale, il che significa operare in vista del « massimo consumo » per il « massimo profitto ». In effetti, come giustamente ha rilevato Toti, una volta accettato il condizionamento industriale, anche ai prodotti culturali occorre di subire la legge del « massimo dei consumi », intesa come ricerca di un livellamento del prodotto sul filo del minimo comun denominatore culturale di massa. Ma è proprio qui il punto: si comincia col dire di voler combattere contro una concezione della cultura come privilegio, il che equivale a un combattere contro quella divisione della cultura che ha poi il suo fondamento nella divisione del lavoro; si finisce di fatto coll’avallare lo « status quo » accettando, e torno a citare Toti, « la situazione culturale di classe come campo d’azione permanente e riducendo l’operazione spirituale a livello del minimo comun denominatore industrializzato di massa ». Sicché, se Pignotti può in buona fede dire: « Io lavoro per la democratizzazione della cultura », il rischio che si corre mi pare sia quello di mantenere in piedi la vecchia gerarchia: da un lato una cultura elitaria, aristocratica e classista per eccellenza; dall’altro un sottoprodotto culturale che rimane tale in quanto strutturalmente condizionato dal « minimo dei livelli ». Dico questo senza nulla togliere all’interesse con cui personalmente seguo gli esperimenti condotti dal « Gruppo ’70 » in generale e da Pignotti in particolare. Del resto mi sono già detto d’accordo con il giudizio di Baratta sul loro valore sociologico-culturale. Quello condotto dal « Gruppo ’70 » resta un tentativo interessante, che per molti aspetti merita d’essere seguito e approfondito Ma la sua tesi centrale, quella secondo cui la sopravvivenza e la valorizzazione dell’arte sono legati a una sua integrazione nella società di massa nel senso proposto da Pignotti e Miccini, mi lascia in atteggiamento piuttosto dubbioso e critico. UMBERTO ARTIOLI 25