Lamberto Pienotti Cercano di riempire con le creazioni della loro nostalgica fantasia il vuoto che li circonda Si muoveva in un mondo fatuo, vuoto, pieno di noia. Era a contatto perenne con gente per la quale contano solo le automobili, i vestiti, le cravatte, le scarpe, la gita al mare, il sesso. E ancora: l’aspetto fisico, la capacità atletica, la forza. E la preoccupazione di apparire sempre in forma, di farsi vedere dagli altri che si muovono nello stesso mondo, duri, freddi, disincantati, menefreghisti. Ma soprattutto duri. Ecco un esempio. Immaginate un recipiente largo un metro e mezzo, lungo un metro e mezzo e alto tre metri colmo di acqua gelata. Egli viene immerso nel liquido ghiacciato con la parte superiore del corpo che fuoriesce dall’acqua. A quest’altezza sono fissati radiatori a forte temperatura. Calore in alto, gelo in basso. Per ore. Oppure: l’uomo viene legato alla parete con le mani dietro la schiena. I piedi toccano il muro, la testa è spinta in avanti. II corpo dell’uomo fa triangolo. Al collo è tirato un peso che tira giù la testa. Contro il corpo a pochi centimetri di distanza una tavola obliqua con chiodi affilati. Chi non resiste e si lascia andare si infila le punte dei chiodi nella carne. Oppure, ancora, il sistema Attilio Regolo: l’uomo viene chiuso in un barile e il barile viene fatto rotolare, avanti e indietro, avanti e indietro, a sfasciaossa... « Ciao, Marcella », disse Andrea. Erano contenti. Tutto era a posto, tutto era come doveva essere. Loro avevano bisogno di ordine, di sapere di ritrovare ogni giorno gli stessi volti, le stesse persone, lo stesso equilibrio. « Mi mangerei un bue », disse Andrea. Ti facevano mangiare pesce salato e poi ti mettevano nudo al sole rovente. Qualche volta ti circondavano con altoparlanti ad alta frequenza. Trasmettevano musiche febbrili e chiassose; i nervi si tendevano come corde di archi. Un mio amico venne chiuso in un armadio di ferro sepolto per metà nella terra sotto il sole. Quando la ferraglia fu rovente la coprirono di sabbia. Per non farti bruciare, dicevano. 26