a sua volta sostanza di una semiologia arbitraria. Adamo è il protagonista passivo di questo mondo segnico. Capta con stupore riverente e talvolta con diffidenza i significati immessi nel circuito comunicativo comune; riceve e ripete messaggi, non li produce. I suoi antagonisti, attivi e aggressivi. sono i «persuasori» («uomini di fede », vescovi e politici, Very Important Per-sons, generali, funzionari, maestri, ragionieri), vale a dire i padroni delle parole, che strutturano messaggi apparentemente lucidi, a sensi univoci, obbligati. I « persuasori » hanno bisogno di Adamo come mero veicolo della comunicazione; perciò esercitano su di lui la coazione dei « valori »: contenuti generalissimi e astratti, ridotti a lettere dell’alfabeto, che, nonostante la neutralità algebrica della loro forma grafica, esercitano una funzione conativa, di fronte alla quale Adamo si piega all’indietro, subisce o — unica sua difesa — finge di non capire, ondeggia volubilmente da un punto A a un punto B sul proprio piedistallo a dondolo; ma non può sfuggire ai « persuasori », che lo stringono nel cerchio delle loro lingue allungate e lambenti, allargate a fumetto, dentro a cui campeggia la maiuscola A tipografica del suo nome semplificato e razionalizzato (l’AAA degli annunci pubblici-tari sui quotidiani). Le storie di Adamo e la conseguente contrazione dell’ interesse attorno al protagonista umano, al personaggio, presuppongono la soluzione di un preciso problema formale; la collocazione dei protagonisti come definite figure di contenuto nel foglio bianco, vale a dire in uno spazio non predeterminato da convenzioni ottiche. Cosi Adamo può nascere solo dal basso, dal margine inferiore del foglio, che ritaglia orizzontalmente, fuori dal mondo dei simboli convenuti, uno schermo di significati virtuali. Da questa linea orizzontale, come dalla ribalta di un teatrino dei pupi, Adamo si leva con una sua verticabilità pencolante, in forma allungata, birillo, fallo o totem, archetipo ironizzato a volte da alcuni attributi borghesi: il cappello a cencio, il colletto bianco, la cravatta. La parte inferiore del corpo affonda spesso fuori dalla linea di emergenza, quasi a significare che il supporto che lo sorregge (la mano del burattinaio?) non appartiene alla sua figura inalberata ma impacciata e torpida, come ha scritto con esatta aderenza formale Renato Barilli. Simile a lui, Èva lo precede e insieme nella « lottizzazione », in un mondo di riquadri geometrici contrassegnati da lettere dell’alfabeto. Il mondo esterno si riproduce quindi dentro al foglio nelle forme di una me- tafora sociologica, che da una parte tende ad assolutizzare il personaggio liberandolo dal particolarismo aneddotico e dal vignet-tismo descrittivo di uno Steinberg, a cui la fantasia grafica di Cuniberti deve pur molto; dall’altra parte istituisce un conflitto tra i personaggi, nella loro bassa naturalità subliminale (sado-masochistica), e le linee geometriche, prefigurate dal foglio rettangolare o proiettate ortogonalmente nel foglio stesso, come riquadri della « lottizzazione », come piedistalli che sostengono a voite la volontà di potenza dei personaggi « importanti » e spesso come elementi tecnologici che l’autore deriva dalla sua travolgente forza inventiva di impaginatore e di pubblicitario (si veda qui la sottile astrazione grafica di uno sportello d’automobile, al cui interno Adamo automobilista regge il volante con una sua rigida e ridicola incapacità di integrarsi). Ma ciò che importa sottolineare è che, entrando nella « lottizzazione », Adamo entra in un circuito di messaggi da decifrare, di idee trasmesse e reificate, di segni imperativi. Subito la metafora sociologica si specializza come metafora della comunicazione, nella quale le suggestioni figurative offerte dai comics trovano la loro adeguata funzionalità. Il conflitto tra geome-trizzazione tecnologica e natura umana si precisa così come conflitto fra le idee chiare e distinte dei « persuasori » e le idee confuse di Adamo. I « persuasori », uomini crociati e di comando, crostacei fusiformi, fanno corpo con le proprie assise e insegne, e portano sulla testa di ciclostomi o di ingranaggi contorti i copricapi solenni e grotteschi della loro milizia di vescovi, generali e cosmonauti. Cosiffatti, muovono incontro ad Adamo e lo assalgono coi fumetti geometrizzanti che escono dalle loro bocche, suscitando sul suo capo non più che un gomitolo confuso di mezze idee. Ma le idee dei « persuasori » non sono, in realtà, meno incerte di quelle di Adamo: la loro lucidità razionale è chiusa in fumetti tremolanti e si esaurisce nella chiarezza tattica di una missione oratoria ed esortativa, che è quanto dire nella funzione pratica del mito. In questo modo il dialogo fra Adamo e i « persuasori » è un dialogo fra sordi. Di qui la sua penosa comicità. La comunicazione si rovescia nel suo contrario e diventa pura trasmissione, a cui Adamo può solo opporre la propria sordità di mediocre eroe della sopravvivenza. A questo punto morto potrebbe arrestarsi l’ironico autobiografismo delle storie di Adamo. Ma non si può ignorare che Cuniberti sta preparando nelle sue tele un interessante sviluppo metafisico-surreale della 36