Fernando Trebbi j ^^0|'|02lcl 65 " Visconti, Bunuel, Godard, Rogosin e gli altri Chi abbia partecipato per la prima volta in veste di critico o di giornalista, alla XXVI Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, non sempre è riuscito a rendersi perfettamente consapevole dei motivi e dei criteri, sia organizzativi che d’altro genere, cui si ispira la complessa macchina del Festival. Forse è questa la ragione per la quale i nuovi arrivati hanno compreso, meno di qualsiasi altro, il senso della polemica anti-chiariniana che ha un po’ agitato le acque della manifestazione dall’inizio alla fine. E dico meno di qualsiasi altro perchè molti degli ormai abituali frequentatori della manifestazione si sono più volte abbandonati a nostalgiche evocazioni del passato, dimostrando di trovarsi fortemente a disagio nella nuova atmosfera che da qualche anno si respira a Venezia. Fortunatamente Chiarini resta per la critica più giovane, e per quella più seria, un uomo da difendere, senza reticenze. La sua « riforma », per la verità molto cauta e discreta, ha, quanto meno, il pregio di aver uniformato alle ragioni dell’arte e della cultura, una manifestazione che troppe volte si era di fatto piegata a pressioni e interessi estranei all’una e all’altra. Se dunque i film in concorso non sono stati di grande levatura artistica (come si continua da più parti a sostenere con un pizzico di evidente malizia e con non poca esagerazione) la colpa non è certamente di Chiarini. Un giudizio obbiettivo sulla questione non può non tenere in considerazione il fatto che la « riforma » chiariniana incontra, per la sua stessa natura, delle resistenze e dei condizionamenti di notevole peso. Anzitutto la necessità di muoversi aH’interno di un organismo non sufficientemente autonomo e comunque regolato da criteri piuttosto rigidi, com’è appunto la Biennale. In secondo luogo il triste compito di scegliere le opere nell’ambito di una produzione sempre più orientata verso la confezione di prodotti commerciali. Infine l’impossibilità di contrastare l’accaparramento del prodotto migliore da parte delle numerose manifestazioni che sono sorte, con funzione competitiva, accanto a quella veneziana. È facile accorgersi che, continuando e magari aggravandosi queste difficoltà, si può giungere all'assurdo di preparare una sezione fuori-concorso (quest'anno comprensiva di o-pere importanti, ma non presentabili perchè reduci o premiate da altri Festival) con film molto più significativi di quelli regolarmente ammessi alla gara per il Leone. Il rischio come si vede non è da poco e già quest’anno lo si è corso largamente ponendo fuori competizione registi come Dreyer o Fellini, per non dire di Fabbri e Lester, le cui opere presentano pure notevoli elementi di interesse, e di qualche altro ancora. Allo scopo di eludere questo pericolo è giunta da più parti la proposta di trasformare la Mostra veneziana in una semplice rassegna informativa, di alto livello, delle migliori opere comparse nell’annata, rinunciando definitivamente alla assegnazione dei premi. Si tratta ovviamente di una proposta destinata per il momento ad avere poca fortuna, ma che sarebbe però in grado di risolvere non poche difficoltà tra cui, non ultima, quella di ridurre notevolmente le polemiche, che normalmente accompagnano la manifestazione, restituendo a questa rassegna internazionale il suo carattere precipuamente culturale lontano dalle contestazioni e dagli interessi di parte (1). In ogni caso è soltanto con indicazioni di questo genere che si può in qualche modo contribuire alla riqualificazione definitiva della Mostra veneziana. Mettere in dubbio le direttive di fondo elaborate in questi ultimi anni dalla gestione Chiarini non ha senso, specialmente quando per farlo ci si serve di argomentazioni scontate come quelle che chiedono un ritorno alla mondanità e allo sfarzo degli anni precedenti, lamentando la mortificazione delle esigenze turistiche della città 46