0 meno pietosa, essa concede fiducia all’uomo liberato dai falsi idoli e stabilisce che il mondo può essere cambiato. Questa avanguardia conserva la sua ragione d’essere, la sua permanente attualità, il suo straordinario fermento, la sua esplosiva e scandalosa bellezza fino a quando la società che l’ha nutrita e contro la quale essa si rivolta continuerà a rimanere la stessa »(12). Rogosin comincia dove Bunuel finisce. Il suo film prende l’avvio da una festa privata e porta avanti un interessante discorso di tipo « panphlettistico » sui pericoli che ancora sono impliciti nel modo di ragionare de- ! gli uomini d’oggi, per niente diversi, nelle idee e nelle convinzioni, da coloro che ven-t’anni fa gettarono il mondo intero sull’orlo della catastrofe. La struttura, relativamente nuova, è nettamente divisa in due parti: una è composta dalle sequenze del party in cui uomini e donne discutono con la massima indifferenza- argomenti di capitale importanza come la violenza, il militarismo, la paura atomica, il colonialismo, ecc.; l’altra raccoglie un ab-^Bòndante'Triàferiàle d'attualità, in gran parte già conosciuto, intercalandolo, a scopo di contestazione, cori le immagini della festa. Le scene del party, girate seguendo i sistemi del « cinema-verità », rendono molto chiaramente l’idea di una società priva di i-deali; le immagini di attualità, con la fredda eloquenza documentaristica, provocano un efficace contrasto e caricano l’opera di una particolare forza suggestiva. Ciononostante Rogosin non è riuscito a liberare il film dal pericolo di un certo schematismo, sia narrativo che ideologico, e ha dato l’impressione di non aver raggiunto i livelli espressivi di On thè bowery e di Come back Africa che restano in verità più incisivi e convincenti, anche dal punto di vista polemico, per la maggiore capacità di inquietare e per la più forte evidenza documentaria. Nè, a superare il pericolo, sono bastati 1 tentativi di dare ai discorsi del party un tono probabile e non univoco che permettesse l’emergere anche di opinioni contrastanti. Bisogna tuttavia riconoscere che il film di Rogosin si colloca autorevolmente nell’ambito dei documentari a soggetto di carattere storico-civile rispettando, ancora una volta, la poetica del suo autore, confermando il ~riftQ.i.o dgl «"fltnr Tome—intrattenimento » e “Tintenzione di farne, invece, « un atto di disperazione contro la schiacciante minaccia che incombe sulla civiltà », nel tentativo di « scongiurare i mostruosi pericoli che già il nostro secolo ha conosciuti e che sono tuttora imminenti » (13). Bei tempi, tempi meravigliosi rappresenta insomma un capitolo non secondario nell’o- pera di un regista che ha scelto fin dall’inizio un ambito di ricerca tra i più importanti collocandosi automaticamente in prima fila tra coloro che si adoperano per indicare al cinema nuove prospettive di sviluppo. L’invito alla esplorazione delle infinite società etniche che compongono il nostro mondo, la predilezione per il documentario come forma più aperta al futuro e più conveniente al reale linguaggio cinematografico (« i primi e i migliori film di Eisenstein hanno appunto questa qualità documentaristica »), la predi-lezione per determinati temi o aspetti della società come l’odio, il razzismo, la povertà, il fanatismo, la cupidigia, la guerra (tutti argomenti sui quali puntualmente ritorna il film in questione), fanno di Rogosin un autore da seguire con attenzione. L’amore e l’angoscia Il « crescente interesse nei confronti delle esperienze emozionali, private, degli individui », ha sempre più caratterizzato il cinema sovietico di questi ultimi anni, da Quando volano le cicogne a L'infanzia di Ivan. Le prospettive della cultura e dell’arte in genere sono del resto molto cambiate dal tempo in cui, subito dopo la fine della guerra, venivano aspramente denunciati lo « spirito di indifferenza nei confronti della politica sovietica » e « l’atteggiamento di totale disinteresse » per l’ideologia, mentre si proclamava solennemente che il compito della letteratura e dell’arte era quello di « aiutare lo Stato a educare la gioventù in modo giusto, di insegnare alla nuova generazione a essere forte, a credere nella sua causa, a non temere gli ostacoli » (14)v Zdanovismo e_____M stalinismo avevano allora ridotto 1 arte ad uno stato di completo asservimento favorendo la circolazione di un prodotto decisamente scadente e tristemente avvilito nella pedis- i sequa ripetizione di abusati ed inautentici ; schemi che rimbalzavano, sempre uguali, dalla prosa alla poesia, dal cinema al teatro, i ormai ridotti al rango di semplici strumenti di retorica e di propaganda. All’atmosfera di rinnovamento e di aggiornamento, che seguì la morte di Stalin e che ancora prosegue tra alterne vicende nel tentativo di conseguire risultati sempre più apprezzabili, appartengono, sia pure in misura diversa, i due film sovietici presentati a Venezia. Ho vent’anni è, tra i due, quello che maggiormente si inserisce in questo processo di sviluppo mettendo più concretamente in evidenza i sentimenti di provvisorietà e le incertezze ideologiche ed esistenziali che caratterizzano le giovani generazioni sovietiche e che sfociano, il più delle volte, in una critica decisa alle vecchie forme del vivere in co-mun eJL*^~ 52