Si deve probabilmente al prevalere di quest’ultimo atteggiamento lo scontro di Kutsiev con la pur liberaleggiante intelligencija kru-scioviana che esponendo il film (/ bastioni di Jlic secondo il primo titolo) a non poche difficoltà, ne ha in certo qualmodo aumentato l’interesse e il fascino, ma non, ovviamente, il valore artistico. Molto efficace dal punto di vista delle idee che intende sostenere, Ho vent’anni non raggiunge i medesimi risultati sul piano della qualità espressiva. Le sequenze relative alla festa del primo maggio, dove si vuol dimostrare che per il protagonista questa manifestazione non ha importanza per quel che è e per quel che vuol significare, ma solamente per l’occasione che gli offre di incontrare la ragazza amata (insomma la profanazione degli ideali nazionali e collettivi mediante l’introduzione di sentimenti e interessi personali), raggiunge largamente lo scopo dal punto di vista concettuale, ma è di una lungaggine eccessiva e finisce per saturare lo spettatore il quale ha ormai capito da un pezzo quel che gli si vuol comunicare. Questo vale anche per le interminabili passeggiate notturne, per le lunghe soste sotto la pioggia, per gli incontri alle primissime luci dell’alba e in genere per tutto il film. Si ha cioè la sensazione che Kutsiev non sia riuscito a trovare il giusto ritmo di narrazione e che il film abbisogni pertanto di una maggiore stringatezza e, qua e là, di un certo snellimento della vicenda. In tal senso una delle cose migliori del film è ad es. rappresentata dalla scena dell’ incontro in tram fra Serghei e quella che diventerà la sua ragazza. I meriti di Kutziev sono comunque da ricercare altrove e soprattutto, come si diceva, nella lucidità esente da pregiudizi d'ogni genere, con cui egli ha visto i problemi della gioventù sovietica di questi anni. Serghei, tornando dal servizio militare alla abituale vita di quartiere, si trova di fronte alla angosciosa necessità di programma-1 re il futuro. Il suo problema è quello di un1 completo inserimento nella società secondo! una linea che non sia di semplice e passiva accettazione del mondo e della umanità che; lo circondano. Un inserimento dunque che t non si consegue soltanto dopo aver ottenuto uri posto di lavoro, ma anche e soprattutto dopo aver risolto numerose altre questioni come ad es. quella dell’amore, dell'amicizia, del rapporto con i compagni di lavoro, con i superiori, con le istituzioni, con le vecchie generazioni, con un certo modo di pensare. Un tempo I protagonisti" aéI~film~sovietlcr erano molto più sicuri e sbrigativi nelle loro scelte, Serghei, al contrario, è incerto, non sa decidersi e continuamente passa da un problema all’altro senza mai risolverne qual- 'ilcuno; è la tipica figura del personaggio in fi crisi, dell’eroe «negativo», una volta, tanto i aspramente denunciato dalla critica ufficiale. La sua instabilità e il suo desiderio di uscirne, di scoprire soluzioni convincenti lo inducono, nel corso della suggestiva (ed incriminata) sequenza finale a interrogare il fantasma del padre per averne qualche suggerimento, un consiglio. Ma il genitore aveva ven-tun anni quando morì al fronte e la sua esperienza non può essere di nessun aiuto al figlio. « Quanti anni hai », chiede il padre. « Ventitré » risponde Serghei. « Tu hai ventitré anni e io sono morto a ventuno. Sono più giovane di te, come potrei darti dei consigli ». Questa capacità di contestazione e di polemica, oltreché di rilievo dell’autentica condizione di ricerca in cui agisce la gioventù sovietica, non si ritrova nell’esordiente Todo-rovski e nel tono eccessivamente idillico-otti-mistico che egli ha voluto imprimere alla sua opera prima. L’entusiasmo delle giovani reclute in attesa di partire per il fronte, le fanciulle che seguono sulla calta l’andamento delle operazioni militari appuntando ovunque bandierine segnaletiche, i reduci che affascinano i ragazzi con il racconto delle loro gesta, fanno di Fedeltà un film quasi sempre giuocato sulla retorica dei buoni sentimenti. Della guerra che pure rappresenta, ma solo nelle intenzioni, lo sfondo della vicenda, non si sa quasi niente fino a quando non sopraggiungono le striminzite sequenze finali sul battesimo del fuoco. E evidente che il regista ha voluto farne soprattutto una presenza misteriosa, una specie di tragico destino incombente, capace di gettare un velo di ombra e di malinconico rimpianto sul tempo e sulle cose che ancora separano il protagonista dalla prova decisiva. Purtroppo l’intento che avrebbe potuto sicuramente suggerire delle interessanti soluzioni, non è stato quasi mai raggiunto e si è sempre dissolto prima, in immagini e situazioni di bozzettismo sentimentalistico. Solamente a tratti è possibile notare, qua e là, momenti di effettiva commozione o spunti narrativi felicemente risolti. Quel che manca a Todorovski è specialmente la capacità, o la volontà, di spingere il discorso al di sotto di qualche registrazione epidermica, magari intelligente, per cogliere il movimento reale dei fatti e dei sentimenti. E la miopia intimistica di Fedeltà risulta ancor più evidente ove la si voglia paragonare alla più realistica lungimiranza di Ho vent’anni. Se Kutsiev non ne avesse in qualche modo rialzato le sorti, il credito di cui gode la cinematografia sovietica sarebbe stato certamente scosso dalle poco lusinghiere prove di Todorovski e del pur sempre egregio illu- 53