stratore Bondarciuk. Già una volta abbiamo avuto occasione di parlare dell’ottimo stato di salute di cui sembra godere la nuova cinematografia ceco-slovacca in questi ultimi anni (15). Milos Forman con Gli amori di una bionda conferma senz’altro l’impressione procurando un nuovo riconoscimento internazionale a quel gruppo di registi che trova in lui stesso, e nella Chytilova, due punte di indubitabile valore. A breve distanza dall’ottimo risultato conseguito a Locamo da L'asso di picche, Foj~-_ man, ha presentato a Venezia un'opera cne ripete sostanzialmente le caratteristiche e i pregi di quella prima prova. Gli amori di una bionda si impone, infatti, soprattutto per le sue doti di immediata comunicazione, di sincera autenticità, di realistica descrizione del semplice e del quotidiano. La sua predilezione per il mondo e per i problemi della gioventù gli ha, ancora una volta, suggerito questa trama delicata di rapporti giuocata prevalentemente sui motivi dell'amore e della esigenza di una maggiore genuinità di relazioni tra vecchie e nuove generazioni. Prendendo lo spunto da una storia di carattere sentimentale in cui le ragioni del cuore prevalgono su quelle della mente, Forman perviene ad una satira bonaria, ma non per questo meno significativa, del buon senso comune e di quella ragionevolezza, un po’ superficiale e tranquillistica, che ne costituisce di solito l’essenza. La biondina, impiegata in una fabbrica di scarpe dove lavorano centinaia di ragazze, ed il suo giovane amico, un pianista che suona nei locali da ballo, trovano un ostacolo imprevisto al loro spensierato rapporto, nella seriosa diffidenza dei di lui genitori la cui rispettabilità, un po’ borghese e codina, l non vede con simpatia il nascere di un lega-1 me che non rispetta i modi e le regole della J correttezza, tradizionale. Quando la ragazza,| non conosciuta nè "attesa, capita in casa di' Milda a un’ora impensabile della notte munita per di più di una significativa valigia, le reazioni dei genitori, improvvisamente distratti dall’abituale e soporifero spettacolo televisivo, scoppiano con ritmo crescente, passando dalla convenzionale ed impacciata accoglienza alla più accesa ed insieme spaventata reprimenda. L’umorismo di Forman, cui l’opera si ispira nel complesso, trova in questo episodio gli spunti più intelligenti e culmina nella divertentissima scena del figlio sottratto alle cure di Andulka e costretto, tra interminabili rimbrotti, a dormire nel talamo familiare in mezzo ai corpulenti genitori. Ma la comicità e l’umorismo non esauriscono certamente le intenzioni del regista e nel pianto dirotto della ragazza, consapevole ormai del muro di incomprensione che le si vuol porre davanti, si opera il riscatto del film, sia sul piano della presa di coscienza e della maturazione del carattere, sia sul piano della critica accorata a un determinato sistema di rapporti, più rispettoso delle buone maniere che della autenticità dei sentimenti. Pare inoltre che Forman non si limiti ad esporre soltanto il tradizionale contrasto fra « padri » e « figli », ma voglia anche chiamare in causa la diversità di concezioni esistente tra la generazione degli ideologi e dei programmatori, sempre occupati a spiegare tutto e a trovare soluzioni per ogni problema, e la generazione di coloro che invece si preoccupano soltanto di vivere e di fare nuove esperienze (16). Se Gli amori di una bionda può essere considerato, nei suoi significati più profondi, abbastanza rappresentativo del tipo di società che l’ha espresso, altrettanto si può dire di Mickey One nei confronti della società americana. Nella vicenda di un giovane animatore di locali notturni che, per circostanze mai completamente chiarite, viene assalito da forme anormali di mania di persecuzione, tanto da fuggire da tutti e da ridursi a vivere miseramente nei sobborghi di una grande città, Arthur Penn ha voluto simbolicamente adombrare la condizione dell’uomo contemporaneo (americano e non), perennemente inseguito dalle angosce di un ordinamento civile regolato dalla forza e dal terrore. L’opera che è il prodotto di un autore dotato di notevole sensibilità e cultura è pervasa da un’atmosfera che potremmo senz’altro definire kafkiana, centrata com’è sul motivo del continuo tentativo da parte del protagonista di entrare, senza mai riuscirvi, direttamente in contatto con i supremi regolatori di quel sistema al quale egli, non sa come nè quando, è accusato di essersi sottratto. Un discorso, come si vede, di grande interesse, condotto con soluzioni cinematografiche appropriate, che però non danno la sensazione di una completa riuscita sul piano artistico. Se il paragone ha senso, si potrebbero rilevare nel film di Penn difetti contrari a quelli già notati nell’opera di Kutsiev: là le intenzioni dell’autore già chiarissime dal punto di vista concettuale, venivano continuamente diluite in una ricerca artistica non esente da lungaggini di tipo intimistico, qui l’assunto teorico, il tema dell’opera, non trovano mai modo di distendersi in un autentico rispecchiamento artistico e si restringono anzi, a causa anche della esagitata recitazione di Warren Beatty, in fredde soluzioni intellettualistiche sempre al di sotto della sincera commozione e dell’effettiva comunicazione di un senso di genuina sofferenza, 54