« la tecnica del cinema » (25), nessuno riesce a togliersi dalla testa la convinzione che, per questa strada, si rischi di bruciare in poco tempo quel che di importante è stato fino ad ora fatto. La collocazione ideologica di Gertrude e le caratteristiche cinematografiche dell’opera sono quelle ormai tipiche del Dreyer che ben conosciamo: l’esaltazione della vita e dell’amore, la ricerca di se stessi, il richiamo alla sincerità ed alla schiettezza, la presenza di atmosfere piuttosto grige e immobili a cui i protagonisti cercano di sottrarsi, l’impassibilità della macchina, una certa predisposizione allo scetticismo naturalistico, la predilezione per i ritmi lenti e studiatissimi, il gusto per le inquadrature lunghe, l’estrema persimonia nei movimenti della camera, un uso abbastanza frequente del primo piano o del piano ravvicinato nonché delle scene lente girate in campo medio e lungo (26). Ciò che invece non torna con altrettanta facilità è la efficacia del discorso e la completa riuscita dell’opera. Ma in una nota come questa, più che altro informativa, non mi pare possibile andare al di là di una semplice e però chiara constatazione della avvenuta variazione di valore e di peso nei rispetti nella precedente produzione. Del resto anche l’adozione della tesi del « caro estinto », proposta specialmente dalla critica francese, non può, come qualcuno mostra di credere, prescindere da un esame largo e completo di tutti i motivi e le ragioni del film. C’è sempre il rischio infatti che anche un’opera minore, quand’è di Dreyer, risulti più interessante di tante altre normalmente ritenute maggiori. Non è questo però il caso dell’ungherese Zoltan Fabri che con Venti Ore ha presentato a Venezia una delle cose più importanti dell’intera rassegna. Un'opera, già del resto largamente apprezzata dalla critica, che rivela la presenza di un impegno veramente eccezionale, sia sul piano narrativo che su quello tecnico e ideologico. Narrativamente essa propone un esame quasi scientifico del comportamento politico e degli avvenimenti che hanno caratterizzato, in Ungheria, il periodo storico compreso fra la fine della guerra e l’inaugurazione del nuovo corso kruscio-viano; tecnicamente Fabri ha cercato di manipolare questo enorme materiale seguendo i suggerimenti delle più recenti poetiche cinematografiche, adottando una narrazione di tipo ellittico e rifiutando gli schemi tradizionalmente usati in tale genere di film; ideologicamente il suo discorso è collocato decisamente su di una linea antistaliniana, ma non nel senso del tutto formale e nuovamente conformistico che spesso ci è capitato di vedere. Non sono invece riusciti a mostrare una chiara genuinità di ispirazione il polacco Konwicki con II Salto, troppo legato, per dirla in breve, alle esperienze felliniane, e il portoghese Antonio de Macedo che con Domenica pomeriggio ha voluto cimentarsi in un caso di incomunicabilità tutt’altro che convincente. Vento Negro del messicano Servando Gonzales è un fumetto abbastanza dignitoso, se si vuole, e raccontato con una certa qual praticaccia che lo fa sembrare anche gradevole. La notevole vitalità delle rispettive cinematografie è al contrario confermata tanto dal brasiliano Hirszman con La morta (un film che sottolinea ancora una volta l’impegno del movimento che va sotto il nome di « bossa nova ») quanto dall’inglese Lester con La furberia già favorevolmente premiato e giudicato a Cannes. Non del tutto spiacevole è parso il coreano Sa-myong del regista Shin Sangokk chiaramente alle prese, ancora, con problemi di carattere strutturale nonché di misura e di tecnica. La vecchia signora spregevole di René Al-lio è stato certamente sfavorito dalla attenzione gettata su di lui dalle ben note vicende per cui la generale attesa si è risolta in un atteggiamento di quasi unanime delusione. Personalmente ritengo il film di Allio un’opera tutt’altro che inutile e meritevole di una considerazione ben diversa da quella frettolosamente concessagli nei servizi dei critici veneziani. Sorprendentemente priva di significato si è rivelata la fatica di Olmi. E venne un uomo è un film completamente fallito, falsamente agiografico nei suoi momenti peggiori e banalmente turistico in quelli migliori. Hanno bene assolto infine la loro funzione informativa Les parentes terribles di Cocteau e Espoir di Malraux che conserva ancora molto dello slancio e della passione politica, un tempo caratteristici dello scrittore francese, pur non riuscendo sempre a liberarsi da certe esagerate implicarne intellettualistiche. Di particolare interesse si è mostrata poi la sezione retrospettiva sia nella parte dedicata a Lubitsch, con La principessa delle o-striche e La bambola soprattutto, sia nell’omaggio a Dreyer con l’ottimo Michael, sia nelle proiezioni integrative per i giornalisti con Sumurum di Lubitsch, Il tesoro, di Pabst, I pregiudicati di Lamprecht, Alraune di Galeen, sia nei films di denuncia con Tartufi e d\ Mumau, Acido prussico di Tintner, Il viaggio di mamma Krause verso la felicità di Jutzi, La signorina Else di Czinner, Tragedia di una prostituta di Rahn, Al di là della strada di Mittler, e, specialmente, con Kuhle Wampe di Dudow che porta, com’è noto, la sceneggiatura di Brecht. 58