re che Cremonini a San Marino era, agli effetti di un premio-acquisto, forse il pittore meno impegnato. Due opere di un certo respiro — se non sbaglio — erano di proprietà, mentre l’unica disponibile era poco più che un bozzetto. Forse la giuria, e in special modo i commissari stranieri, ha considerato prevalentemente la notorietà di questo artista che per lungo tempo ha vissuto a Parigi e, al di là dei limiti intrinseci dell’unico a disposizione, ha tenuto presente la sua opera intesa in senso generale. A parte queste considerazioni esiste un settore della mostra di particolare interesse poiché attraverso alcune personalità ottimamente rappresentate è possibile delineare a larghi tratti un’area che potremmo definire di carattere metaontologico. Infatti oltre al largo schieramento di pittori che possono essere ricompresi nell’ambito di un socialrealismo surreale più o meno temperato da una sorta di sensuale ed epidermica morbosità, sono presenti a San Marino artisti nelle cui opere si avverte una fedeltà a valori ed una tensione morale protesa all'interpretazione ed all’espressione della realtà non certo in chiave viscerale. Insomma abbiamo un giudizio, una sintesi ottenuta da un rapporto che avviene tra l'uomo e la sua esistenza sulla base di un’emotività intelligente e razionale, senza con ciò cadere nella fredda cifra da un lato nè nella cronaca denunciataria dall’altro. A questo punto forse qualcuno vorrà ricordare che i motivi determinanti della nostra epoca sono l’alienazione, i mass-media e le varie mitologie oggettuali. Non sono certo in grado di confutare, e nemmeno ne ho l’intenzione, una simile congerie di situazioni che l’uomo si è creato prevalentemente con la sua presuntuosa e fondamentale materialistica sete di certezze ottenute sempre per mezzo di negazioni; nè tanto meno intendo osteggiare quanti, al termine della quasi plebiscitaria avventura informale si sono finalmente accorti dell’esistenza di qualcosa che non fosse un completo annullamento. Il solo punto che non condivido riguarda come ciò sta avvenendo poiché per ritrovare quel particolare contatto umano non è assoluta-mente indispensabile passare attraverso putrescenti atmosfere cimiteriali oppure erigere viscere a monumento, oppure recepire l’oggetto e proporlo totemicamente in quanto tale. Esiste in noi, nonostante tutto, ancora una intelligenza e una forza che ci è data anche da un’umile accettazione del passato, daH’accoglimento di ricordi, di intuizioni, dal desiderio di comunicare al nostro prossimo ed allora, se proprio vogliamo avere il sopravvento come individualità su quella realtà che innegabilmente rischia di condizionarci dovremo avere la forza di accettarla quale essa è; attraverso la mediazione di tali mo- tivi su di una base razionale - emotiva e non epidermicamente sensuale, potremo riesprimerla così con la massima autonomia ed attualità. Ora, riprendendo il filo del discorso, nella sezione italiana della quinta biennale di San Marino, s’è avuta la possibilità di verificare ancora una volta la coerenza e la portata poetica di alcuni artisti i quali appunto sotto diversi aspetti e con gli opportuni tempera-menti possono essere ricondotti a quell’area di cui ho poco fa tratteggiato succintamente — forse troppo — gli elementi basilari. Mi riferisco alla grifagna presenza di Gianni Dova; alla sottile e vibrante metafisica d’oggetti di Lucio Del Pezzo; all’aristocratica tensione di un Sergio Romiti il quale lascia intravve-dere con rarefatto equilibrio nei suoi dipinti l’alone di una realtà meccanica; alle « architetture psicologiche » — come le chiama Emilio Tadini — del cristallino Somarè Tallone; alle graffiate vibrazioni esistenzialmente drammatiche di E. Scanavino, all'analitica problematica di E. Brunpri le cui strutture cromatiche troppo erroneamente vengono intese in chiave strettamente naturalistica, alle proposte di Carlo Ciussi che sviluppa con toni sommessi, timidi ma non deboli, tracciati e scansioni quasi a testimoniare umane impronte in un rigido alveare meccanografico, a Marcolino Gandini il quale — per dirla con Maurizio Fagiolo dell’Arco — si aggira tra cose visibili ed invisibili, tra segnaletica ed interiorità conciliando a valori pittorici tradizionali termini che non solo nel mondo delle arti sono in contrasto; a Mario Nanni le cui opere, costruite con un greve e gessoso giustapporsi di strutture che richiamano alla memoria archetipi di tralicci o incombenti scheletri di disumane costruzioni, documentano in modo quanto mai chiaro la recezione di una realtà che, oggettivamente reperita, per il contrasto tra il fatto meccanico e la presenza umana che allucinanti atmosfere comprendono, è da intendersi come un’attuale ed estremamente lucida presa di contatto con la vita. Marcello Venturoli ben lieto di contribuire alla divulgazione critica di una mostra viva e stimolante come quella della Biennale di San Marino, ti esprimo qui, come ho già fatto in due articoli su « Le Ore », per la rivista mensile « Elsinore » e per « Marcatré », tutto il mio entusiasmo per la intelligente iniziativa della Repubblica di San Marino, sempre del resto all’avanguardia anche in fatto di arte attuale. Mi è piaciuta molto anche la scorsa edi- 64