Arezzo o la continuità della specie, S. Marino o la conferma Emilio Contini La Quinta edizione della Biennale di San Marino — che il segretario e fervido organizzatore Efrem Tavoni ha voluto dedicare alla memoria di Giorgio Morandi — nonostante le pecche da vari critici ed artisti rilevate costituisce, unitamente alla rassegna allestita della Galleria d'Arte Moderna di Arezzo, una delle poche manifestazioni artistiche d’interesse di questa annata non certo povera di mostre. Voglio affiancare alla V Biennale Sanmarinese, ideata da Vaisecchi, le « Mitologie del Nostro Tempo » di Arezzo, curata da Luigi Cariuccio, in quanto vi sono elementi in comune di viva attualità culturale, e perchè si integrano a vicenda, pur se, ovviamente, la mostra d’Arezzo ha un carattere storico che la rassegna internazionale allestita sulla rocca del Titano non poteva avere per l’intento panoramico, di stretta contemporaneità, dato all’iniziativa. Tanto l’esposizione dedicata alle moderne mitologie quanto l’incontro di sei nazioni europee a San Marino sono permeate da tendenze fantastiche, e si concretano in modi aperti e improntati alla figurazione, risentendo degli sviluppi del movimento di Bre-ton, sviluppi e tendenze che, peraltro, l’osservatore attento non può non notare, oggi, in tutta l’arte contemporanea ed in particolare nella giovane pittura, dopo il superamento dell’informale, la rapida ventata pop, e il riassorbimento delle residue maniere neonaturalistiche, materiche e deWaction painting. L’iniziativa di Cariuccio, che ha trovato nella sala di Sant’Ignazio ima idonea se pur sconcertante realizzazione, (gli eretici in chiesa) si articola attorno ad una tematica che ha per nervatura centrale la figura umana ed un « linguaggio costruito sulla memoria dei segni e sulla facoltà associativa della mente umana » nel contesto di una figurazione a-perta alla fantasia ed al sogno ma non chiusa alla realtà, in modo da precisarsi con confini ben delineati e perentori. Per la sua stessa natura, invece, la Biennale messa in piedi da Vaisecchi e Tavoni, e alloggata nell’ampio palazzo piacentiniano del Kursaal, aveva un carattere più limitato nel tempo e di più stretta cronaca artistica: le ricerche attuali di giovani pittori di sei paesi, come s’è detto, e pertanto non era tematicamente definita. Ora, cionondimeno ne è venuto fuori un panorama rivelatore e, per tanti aspetti, singolare, un registro delle odierne inquietudini, delle attuali ansie, delle incombenti ossessioni. E questa conturbante catalogazione delle moderne ossessioni e delle angoscie di questa nostra inquieta epoca, è siglata, in modo incancellabile, dai modi e dalle maniere del Surrealismo (che sono tante e tante, dato che il Surrealismo non è stata una scuola ma un movimento), che la mostra aretina ha avuto il pregio ed il merito di riproporre coraggiosamente alla distratta (ed anche viziata) critica ufficiale italiana, tuttora invischiata in una triste impasse dopo il crollo degli idoli informali, ed il rapidissimo tramonto delle fortune della pop-art. Così ad Arezzo (singolarmente vicino alle suggestive policromie di Pietro della Francesca), si mostrava ad abun-dantiam come si fosse mantenuta e perpetuata — in questi lustri d’egemonia astratto-materico-informale — un’arte avente forme e contenuti autenticamente moderni, anche se intelleggibili ed umani — la « continuità della specie », come acutamente scrive Cariuccio nella prefazione al catalogo — mostrando le testimonianze più valide di questa « specie » così polemicamente scorbuticamente viva e vegeta, di questa razza di artisti operanti contro-corrente. Ovviamente queste testimonianze appaiono varie e dissimili: alcune dichiarano aggressivamente la loro fede nelle tesi bretoniane, altre, all’opposto, sono solo timide enunciazioni di idee, o lievi suggerimenti detti a fior di labbra ma tutte convergono nell’utilizzazione e nella difesa di certi postulati formali che sono alla base del Surrealismo. Ci riferiamo ai giovani presenti nelle due mostre: questi, più o meno, devono qualcosa alle scoperte ed alle invenzioni dei « grandi padri » riuniti ad Arezzo, i maestri che sia pur tardivamente anche in Italia, dopo le solenni ubriacature di Picasso, Pollock, Wols e Fautrier, la critica ed il pubblico va conoscendo meglio. Come non notare, ad esempio, come le presenze più vive e plasticamente valide della Biennale Sammarinese, siano già state debitamente poste in luce ad Arezzo? E, meglio 66