all’avanguardia degli Anni Trenta, come quella tentata dal nordamericano James Me Gar-rel, nato a Indianapolis nel 1930, che fonde con libertà di composizione la tecnica impressionista di Bonnard e lo spirito costruttivo di Cézanne in vasti dipinti aventi per soggetto interni moderni angosciosi o ambienti ambigui, venati comunque da una malinconia che trova origine nelle memorie dell’adolescenza e nella storia personale dell’artista, colpiscono per l’evidente fiducia nell’espressione figurativa. E non che qui si voglia fare — della figurazione — un nuovo idolo, perchè dopo tante avventure del pensiero e tante esperienze potrebbe apparire limitato il repertorio delle forme espressive, ma come non avvertire il fallimento di tante orgogliose negazioni dell’immagine dell'uomo ora che questa riemerge così perentoriamente, con tanta virulenta vitalità? Gli accenti ironici, ricavati con una minuzia descrittiva singolare, del portoghese Bertholo (un artista di Parigi) non sono in fondo debitori alla ironia ed alla precisione incalzante di Magritte? E come potrebbe aver avuto sviluppo la ricerca volumetrica e plastica di un Del Pezzo senza le apparizioni magiche di De Chirico? In realtà, ad una disamina attenta, molte attuali posizioni non avrebbero origine e giustificazione senza la « resistenza alle mode » e « la continuità della specie » dei maestri della prima generazione del Novecento ed in particolare di quelli che sono stati mostrati nella sala di Sant'Ignazio. E poiché abbiamo parlato di giovani pittori stranieri, dobbiamo doverosamente citare anche quelle altre forze giovanili che alcuni paesi stranieri hanno portato nella Repubblica del Titano, e che costituiscono la nota d’interesse di queste selezioni, ovviamente limitate, ma pur sempre degne d’attenzione. I nomi più significativi delle nuove leve artistiche sono: Lacomblez, tra l’orga-nicismo e l’irrealismo, per il Belgio; Stani-slav Podhrazsky, fiabesco e moderno, Miku-las Medek, curiosamente inquietante con le sue geometrie, per la Cecoslovacchia; il sorprendente Gilles Aillaud, di una figurazione coraggiosa ed affascinante, Eduardo Arroyo, tra il racconto ironico e la pop-art, ma non gratuito, Telemàque, l’haitiano manipolatore di strisce comics e di simboli derivati dal vudù, e il grottesco Rancillac, per la Francia; Benon Liberski, curiosamente tra la pittura naif e le illustrazioni dei comics, il fantasioso Zbigniew Makowski, elegante grafico rielaboratore di figure di carte da gioco e di illustrazioni popolari, l’enigmatico Jan Tarasin, che cerca di nobilitare la tecnica dell’informale ponendola al servizio di una figurazione ambigua, per la Polonia; e per la Jugoslavia, che certamente allinea la se- lezione più prestigiosa e viva, il surrealista stefan Planine (nato nel ’25 a Lubiana), Zi-xoijn Turinski, Marco Sustarsic debitore a Magritte ed a Brauner in queste singolari composizioni minuziosamente condotte; e poi Miodarg Protic, ancora fermo a soluzioni informali ma già mosso da esigenze raffigurative, e le rivelazioni della mostra, il giovane artista croato Vasilije Jordan, di Zagabria, nato nel 1934, e il serbo Vladimir Velickovic, nato a Belgrado nel ’35. Jordan, che è in possesso di una tecnica finissima e di una notevole fantasia, descrive in piccole tele, condotte con finezza coloristica e solidità di volumi, le angustióse peregrinazioni di una umanità dolorante e insicura qual’è la nostra, costretta a fare scelte talvolta dolorose o a subirle forzosamente. Vladimir Velickovic, in tre grandi composizioni, dalla tessitura cromatica raffinata e densa, narra di tre situazioni diverse aventi al centro comunque l’uomo o la sua sembianza: come ridotto ad un tragico simulacro o che precipiti investito in un banale incidente, o che muoia straziato dai rottami di un treno, o che si riconosca nelle vesti lacere e miserevoli di uno spaventapasseri, è sempre al centro del suo livido e allucinante racconto pittorico, impietoso e crudo. Velickovic non ha certo falsi timori nell’affron-tare così tremenda tematica, e la svolge conseguentemente, con ostinata convinzione. Stefan Planine, anche se adopera le vesti fascinose del sogno o della favola, guarda — nè si dimentica di osservare — la propria realtà, rovesciendola come nel più ingarbugliato dei sogni, che all’occhio freddo e disincantato dell’uomo di cultura rivela immediatamente sorgenti, matrici e ragioni originarie. Il contributo al più lucido oniri-smo, dopo la incisività parascientifica di Dalì, viene dato da questo giovane artista sloveno, dal fervido slancio, silenziosamente e con rigorosa operosità. Alla « cupidigia di servilismo » di tanti pittori in attesa di consacrazione e di intrup-pamento, questi giovani artisti di Arezzo e di San Marino, possono tranquillamente opporre la fiducia nella propria opera di artisti consapevoli della loro funzione — in posizione di contestazione di critica o di ripulsa — e pure in quella « continuità della specie » di cui Cariuccio ha ribadito così acutamente la vitalità e che attraverso i maestri e le esemplificazioni dei giovani presenti in queste rassegne costituisce la garanzia che l’arte non è morta nè potrà morire finché ai freddi sperimentalismi fini a se stessi ed ai vani giochi estetici di epigoni slombati si potranno opporre validi esempi di ricerca pittorica e plastica col linguaggio della figurazione, in innumerevoli forme di espressione, con l’uomo a reale protagonista. 72