Giovanni Jervis \ Ricordo di Ernesto De Martino Ernesto De Martino è morto recentemente a Roma, lasciando in chi lo conobbe e gli fu vicino un vuoto che non sarà possibile colmare. Esistono motivi per cui questa affermazione esce dal generico, e cercherò di chiarirli. Come persona, De Martino fu uomo di straordinario vigore e fascino intellettuale; come studioso, portò alla cultura italiana un contributo particolarissimo, che va molto al di là dei meriti che egli seppe acquisire nel ramo limitato della sua specialità, la storia delle religioni. Molti ricorderanno i suoi « discorsi di tavola », assai diversi per l’ingegno e la sapida vivacità intellettuale da quelle occasioni paludate e quelle conferenze impersonali che non gli erano congeniali e in cui non di rado il suo pensiero riusciva quasi opaco. Questo tratto, appunto, fu caratteristico di De Martino come uomo: la sua vivezza nel dialogo, non solo, ma lo straordinario interesse che egli portava all’incontro, la sua curiosità delle opinioni altrui, il desiderio di stabilire un colloquio fra discipline diverse; e infine quel particolare impegno umano che, alternando a una vivacità di spirito tutta napoletana il più calmo e quasi timoroso meditare sui rischi del fraintendimento, invitava sé stesso e l’interlocutore, continuamente, al controllo e alla consapevolezza delle rispettive posizioni. De Martino fu xiomo di incontri e di dialoghi, ma al tempo stesso studioso accanito e coltissimo, annotatore scrupoloso, paziente e coraggioso elaboratore dei temi più geniali del suo pensiero: a volte estremamente metodico, altre volte impetuoso e quasi disordinato, come se alternasse a una faticosa elaborazione solitaria i « salti » qualitativi di un pensiero nuovo e ardito, pensiero in seguito continuamente ripreso e ricontrollato. Ernesto De Martino è stato ricordato come teorico di storia delle religioni, come meridionalista, come protagonista di una evoluzione filosofica che doveva portarlo da posizioni crociane ad atteggiamenti per molti a-spetti vicini agli strumenti critici del marxismo. La sua originalità fu non solo quella di aver trovato nelle terre povere dell’Italia meridionale un campo nuovo su cui verificare le sue ipotesi sulla magìa e sul momento religioso, ma quello di aver saputo considerare un simile terreno di studio etnografico come una realtà che ci rimandava continua-mente ai nostri problemi di abitanti dell’Italia colta, cittadina, soddisfatta e benestante. Impostato in questo modo, il problema divenne per De Martino un problema politico (trasformazione rivoluzionaria di rapporti e-gemonici), ma anche un problema di revisione delle posizioni degli intellettuali nei con- fronti dei propri atteggiamenti di ricercatori. In una simile prospettiva é comprensibile il nesso fra quelli che furono i due contributi pi tipici del metodo di lavoro di De Martino: da un lato la esigenza della collaborazione interdisciplinare fra gli studiosi delle scienze dell’uomo, e dall’altro lato il richiamo alla presenza del rischio individuale nel ricercatore, cioè al suo « compromettersi », alla necessità di porre in discussione e in analisi anche sé stesso e la propria situazione storica, nel confronto con l’oggetto della ricerca. La stessa tematica demartiniana conduceva alla collaborazione interdisciplinare. Il punto cruciale della teoria di De Martino, il tema centrale che venne elaborando in forme diverse nei suoi libri, fu dato dallo studio della tensione dialettica che, nei momenti critici della vita di ogni uomo, si viene a stabilire fra il « divenire storico » (incarnato nelle esigenze di coesione e di continuità del gruppo sociale) e, dall’altro lato, dal rischio di « perdersi al mondo » rappresentato dalla presenza della morte, dalla malattia mentale, dalle minacce delle forze non dominate della natura. Un tema siffatto, studiato in primo luogo nei suoi meccanismi culturali di recupero (la famosa « destorificazione rituale del divenire ») non poteva che invitare da un lato a una tematica filosofica di tipo esistenziale e, dall’altro lato, a una serie di preoccupazioni di ordine psicologico e psicopatologico. La storia della evoluzione del pensiero demar-tiniano é polarizzata sui rapporti fra questo tema, esistenziale e psicologico, (e quindi pieno di tentazioni universalistiche), e l’esigenza di studiare l’uomo nella sua storicità particolare e concreta: esigenza rappresentata dal contrastato (e mai del tutto risolto) passaggio dello studioso dallo storicismo crociano allo storicismo marxista. Non so in quale direzione si sarebbe rivolta questa tematica se egli non fosse venuto prematuramente a mancare: in parte posso intuirlo dalla elaborazione di un'opera rimasta incompiuta, e alla quale collaborai, dedicata al tema della « fine del mondo ». Ritengo però che le opere che De Martino ci ha dato, e in particolare « Morte e pianto rituale nel mondo antico », che rimane forse il suo libro migliore, esprimano già una tematica compiuta. Ciò che sicuramente non potrà essere compiuto, e che è rimasto ancora a uno stadio iniziale, é stato il suo organizzare ricerche interdisciplinari; ci mancheranno non solo nuove opere da parte sua ma anche, e soprattutto, il nuovo respiro che egli avrebbe potuto dare ad alcuni settori fossilizzati della cultura italiana. 73