RECENSIONI E SCHEDE Umberto Artioli Luigi Lambertini Giuliano Parenti ALBERTO CAPPI Passo Passo Abbiamo letto attentamente « Passo Passo » di Cappi, ci siamo sforzati di estrarre quel che stava sul fondo di questo mondo poetico che ci si offriva con la pompa sfarzosa dell’immagine raffinata, della metafora prestigiosa e abbagliante. Ma abbiamo dovuto ri-trarcene perchè dietro tutto quel luccichio, quell’agitarsi prezioso, non v’era assoluta-mente nulla; perchè il monto poetico di Cappi è un mondo di carta, e l’occhio con cui crede di guardare al reale è quello di altri, gli stessi che egli si è assunto come maestri, l’occhio dei Lorca, dei Jimenez, dei Macha-do, della poesia spagnola simbolista o ermetica, caratteristica d’un ben determinato periodo storico. Cappi altro non è che questo stanco ripetitore di stilemi consunti e esauriti: epigono d’una scuola che ha avuto i suoi splendori, che ha donato un intero prezioso capitolo alla storia della poesia, ma che oggi in verità non ha più niente da dirci ed è da assumersi soltanto in chiave rigidamente storica. E poiché storicizzare un certo tipo di poesia significa appunto riconoscere che le radici su cui riposano le sue ragioni d’essere non hanno più addentellato alcuno con la realtà — che è divenire incessante, mutazione continua di prospettive gnoseologiche — ancorarsi a un certo tipo di dettato soltanto perchè prezioso, perchè liricheggiante, vuol dire precludersi a un contatto più profondo con la realtà, devitalizzare la propria poesia col rischio di farla degenerare in cliché astratto e insignificante. Ma gli appunti al « lorchismo » di Cappi non vertono tanto su quello che si potrebbe definire il vizio d’origine, vale a dire l’assun- zione di zone d’influenza culturale che a noi sembrano prive d’incidenza per quanto riguarda il futuro. Dire infatti che una poesia come quella di un Lorca — o d'un Prévert o di un Rilke — sembra aver esaurito in se stessa tutte le proprie possibilità espressive, sì da far pensare come estremamente improbabile un suo ulteriore sviluppo; e dire al contrario che la zona eliotiano-brechtiana sembra ancora fertile di tali possibilità, non significa poter negare in linea di diritto la possibilità di un reimpiego originale — e quindi forte di un rinnovato impegno gnoseologico — di stilemi del tipo lorchiano o prevertiano o rilkiano. Ma quel che conta, e che è sin troppo facile riscontrare in Cappi, è che il suo ancorarsi al filone lorchiano è cosa del tutto pedissequa: il mondo che egli ha dinanzi e che dovrebbe essere oggetto della sua rappresentazione, cessa di essere il mondo concreto, reale, per divenire quello che egli ha imparato a conoscere attraverso i testi di Lorca. Tra poeta e realtà si situa il paravento del libro: per umanizzarsi Cappi ha bisogno di ricorrere a un’umanità anteriore, già formulata ed etichettata, col suo bagaglio di stilemi fissato una volta per sempre. E con questo non ci riferiamo tanto al ricorso da parte di Cappi al periodare ellittico, elemento consueto della poesia ermetica in genere, anche se il reiterato irrigidirsi in formule del tipo di mani di tristezza, mani di plastico, mani di speranza, accentua il senso di automatismo dei mezzi espressivi; e neppure all’uso di esclamative di schietto sapore lorchiano, a volte addirittura introdotte dall’interiezione spagnola (Pioggia di neve / nel vento che sogna!; Ay, che fiore di note / la sera a Montmartre /;); o ancora alla presenza di voci lessicali di indubbia provenienza (Arrossa gli inguini; bisturi d'ammonio; notte gitana). Un materiale del genere, che rappresenta il segno tangibile di letture fatte, soprattutto se riferito a un’opera giovanile, potrebbe in definitiva apparire come la presa a prestito di certi segni stilistici per esprimere un contenuto che, sia pure in maniera embrionale, comporti una presa di possesso originale del mondo: tappa, insomma, nel faticoso cammino per la ricerca di uno stile. Ma di quali contenuti si può parlare in una poesia come quella di Cappi? In pratica di nessuno, perchè i motivi che dovrebbero costituire il tessuto di questa poesia, in altre parole le linee direttrici, altro non sono che il pretestuoso appiglio per l'orgia metaforica. E d’altra parte proprio questo flusso delle metafore, dietro la superficiale luminosità, ha un che di rigido, di astratto, come di materiale assunto in chiave obbligata. 74