Qualunque sia il motivo di partenza, sono gli stessi simboli che ritornano ossessivi, a ogni pié di pagina, ora aprendosi la serie luna, notte, stelle, vento, sole, mare, (pagg. 8, 17, 27, 43) ora profilandosi quell’altra morte, pianto, dolore, sangue, (pagg. 10, 11, 23), ora frammischiandosi i due ordini insieme (9, 12, 24, 39). Questi simboli-chiave, spogliati d’ogni contenuto, sono da Cappi elevati a personificazione della poesia tout-court, segni del « bel poetare », del poetare lirico. Cappi non dice cose, non ci comunica un mondo interiore: la poesia è per lui ornamento, un riempire la pagina dei segni eleganti qua e là catturati nella sua avventura spagnoleggiante. Cappi, in definitiva, così scrive perchè monco è il suo concetto di poesia, tanto stravolto e ridotto a fiore lezioso appare in questo « Passo Passo » quello che della poesia dovrebbe essere l’intimo significato: colloquio di un uomo con altri uomini, messaggio che della veste estetica si serve per incidersi più a fondo nell’animo umano. U. A. DORANDO VALENTI Diario di un uomo vivo Ediz. Rebellato Con il « Diario d’un uomo vivo » Valenti ha inteso con ogni probabilità concludere la sua stagione poetica. L’opera presenta infatti un iter preciso: dalle liriche iniziali, presumibilmente appartenenti a una produzione anteriore e contrassegnate da un fresco impressionismo in cui il rapporto fra l’uomo e le cose vien raggiunto in forza d’una spontanea immediatezza — e sono per lo più i motivi dell'adolescenza marchigiana; il mare con le paranze addormentate, la mietitura nella valle del Mi sa — si perviene tramite un progressivo insinuarsi dell’elemento autobiografico a quello che è il nucleo centrale del libro: il senso d'inutilità del presente, la con elusività dell’esistenza. Ho cercato. Per questa ricerca / inutilmente ho vissuto. Ora fine / sul mio libro la vita / è la parola che traccia. Nelle ultime liriche infatti ogni barbaglio di vita sembra spegnersi nell’ineluttabilità di un destino che, scolorando per sempre ogni residuo adolescenziale, o, al massimo, restituendolo come morto lembo d’un morto passato, proietta l’anima nuda verso il suo ultimo porto. Ed è allora che i miti fumosi ed eroici dell’adolescenza, l’ansia febbrile, la sete di conoscere sembrano scoprirsi non più come segni d’un’avventura terrena, ma tappe confuse d’un iter che solo col placarsi d’ogni bufera del senso e del sentimento, rivelerebbe la sua radice profonda, l’anelito verso il divino: Apri all’ansia febbrile / i cancelli del cielo, Signore / Attendo da tempo. Ho cercato / Te solo nel folle mio andare /. Eppure una conclusione siffatta, anche se fa parte del mondo intenzionale del poeta, in altre parole anche se sincera, non convince o non convince appieno. L’Eterno che urge dinanzi all’uomo Valenti non ha alcuna carica rasserenatrice, resta piuttosto l’ultima proiezione vitale d’un’anima che, privata d’o-gni furor vitae, si sente paralizzata ed inutile. Il procedimento così si rovescia: la proiezione finale verso il divino, da contenuto i-deale di tutta l’esistenza, diviene essa stessa fatto adolescenziale, ultimo furor vitae. Ma egualmente il ciclo si compie, la vita si arresta e si spegne, la pagina si irrigidisce nell’immobilità d’un presente dissanguato e scarnificato dove il poeta vegeta, « tronco vecchio e inaridito ». E se a tratti egli sembra consapevolmente accettare la realtà — il suo non più « desiderare strade di sole», il suo essere «anima che più non conosce bufere» (il che fa tutt’uno con l’abbandono in grembo all’Eterno) — più spesso leggi una stanchezza ossessiva, un senso di vuoto non riscattato da alcuna sollecitazione religiosa. La vita se n’è andata per sempre, gli stessi ricordi sono cosa morta. Anche l’immagine della figlia perduta, che pur ritorna più spesso con rinnovato fervore elegiaco, diviene allora frammento accanto agli altri, pezzo d'un mosaico che si è andato via via componendo e che ora è concluso. Le ultime liriche, anche quelle a prima vista più inclini a serbare un certo carattere impressionistico, non sono in realtà che metafore di questo processo di dissoluzione, di conclusione totale e irreversibile: l’albero che fa cadere le foglie secche, le libellule dall’ali disfatte, i fiori sul tavolo, vizzi. Questo diffuso senso di stanchezza sentimentale pesa allora sulla pagina sino ad esaurirne le stesse possibilità di resa poetica. Gli è che l’universo di Valenti, così semplice, così schivo da complicazioni psicologiche, u-na volta perduta la freschezza del contatto iniziale con le cose, non « tiene » più, si estenua nel chiuso d’una lira monocorde. È dunque alle liriche più spontanee e immediate che occorre riandare per ritrovare il miglior Valenti: al suo stupore estatico di fronte allo spettacolo naturale (Tornano dal- 75