l’alto le paranze, L’oasi fredda protende) al suo amore pei bimbi (Scrivono chine, pensose) alle sue capacità di rendere con pennellate sobrie e incisive un paesaggio o uno stato d’animo (Bianca città ti ricordo, Campi di grano tagliato, Amore sottile, Cammini leggera). Nelle liriche a più ampio respiro paion fuori invece i difetti connaturati a siffatta disposizione poetica: le ridondanze, l’insistenza nella ricerca dell'effetto sentimentale, l’uso reiterato dell’esclamazione e dell’apposizione. La poesia di Valenti, anche se non aliena da influssi modernissimi (si avverte, in talune audaci inversioni, nell’uso della pausa e, diremmo, finanche in alcuni nodi tematici: per esempio il rapporto fra l’io e l’Eterno, il peso dell’influenza ungarettiana) resta in definitiva legata all’esperienza pre-ermetica. L’« ungarettismo », a tratti evidente, costituisce infatti soltanto l’involucro, il momento puramente formale, ma le ragioni gnoseologiche che animano questa poesia, con la sua immediatezza e, se vogliamo, con la sua epi-dermicità, novecentesche certo non sono: è dunque a Carducci e a D’Annunzio, più che ad Ungaretti, che occorre guardare per reperire il filone entro cui va inserito questo « Diario di uomo vivo ». U. A. Mostra antologica di Mattia Moreni al Museo Civico di Bologna Chi ha vistato la mostra, oppure ha sfogliato il bel catalogo, avrà avuto modo di accorgersi come in tutto l’arco pittorico di Mattia Moreni, ed è oramai ventennale, esiste una costante ben definita, una costante romantico naturalistica di ottima razza che nel periodo gestuale — del quale parleremo poi — si confonde e si amalgama ottimamente con la veemenza dell’acfion painting. Infatti in questa serie di dipinti Moreni crea uno spazio mentale dal quale emergono figure, immagini, simulacri la cui indeterminatezza collabora alla fluidificazione di atmosfere dilatate enigmaticamente e quindi riscattate sul piano stilistico. Ma poi, quando il pittore affronta il tema dei « cartelli » rustici che rimangono come sospesi nelle brume di lande deserte, la componente di cui sopra si fa sempre più scoperta e, voluta-mente, definisce il limite dei quadri e dei soggetti stessi. Ma resta ancora un aggan- cio, quasi una incertezza — e non la si deve I certo a mancanza di decisione — che lascia dubbiosi anche se ormai appare chiaramente i ove stia per approdare la « navicella » del pur bravo Moreni: al « porta ae?Ie-ltngurie ».> uffTìl pittore Fa pace con la tradizione natu-ì ralistica e, prendendo in prestito una spruz/'ul zatina di Bacon, ci presenta una sene^clfe quadri il cui fulcro è un cocomero. Si sappia con certezza: non ci formalizJ ziamo assolutamente sulla scelta del soggetto, nè tanto meno siamo animati da preconcetti nei riguardi di Moreni del quale abbiamo ammirato più d'un dipinto del periodo precedente. Solo ci pare che, se anche queste angurie vogliono essere dei segnali, simboli — come volete — esistenziali aperti a considerazioni di ogni specie ivi compresa la « civiltà dei cocomeri » con tutte le sue implicazioni, ecc — Renato Barilli afferma addirittura che Moreni dipinge « oggetti », e non ha tutti i torti — resta ben fermo che il recupero del paesaggio inteso romanticamente, che avviene alle « loro spalle », esula su di un piano semantico da quella che può essere definita la tesi del rapporto dialettico che il pittore instaura tra sè e la realtà che lo circonda. Quindi sono degli « oggetti » fuori posto. La qual cosa, si potrebbe dire, è voluta; d’accordo. Ma è troppo facile, in arte, metter fuori posto qualche cosa, perchè lo sia veramente. A parte questo settore la mostra è notevole anche se risulta quanto mai impegnativa per tutti. Per il pittore che con un atto di coraggio e di fiducia ha sciacquato i panni in Reno dandoci così la possibilità di conoscerlo meglio e quindi di analizzare non solo le sue opere più antiche ma anche quelle più recenti, di cui s’è già detto, che un artista di diverso temperamento, più cauto, più calcolatore, avrebbe trattenute ancora nel suo studio, almeno nella maggioranza dei casi; per Francesco Arcangeli che ha compilato un j saggio bellezza nel quale partecipanti appieno”alur p'óCrtica dell’artista al punto che. , a volte raggiunge i toni di una difesa nella \ ) sua pur onestissima precisione critica; per il pubblico e per il critico che si trova di* fronte ad una rassegna talmente « aperta » che gli « osanna » giungono a mescolarsi in egual misura ai « crucifige ». Si diceva che con questa rassegna viene documentata antologicamente la ventennale attività di Mattia Moreni. Infatti i quadri sono un centinaio in tutto partendo dal-1’« Autoritratto » torinese del 1946 per giungere fino alla gigantesca « Anguria come un segnale » (una tela di una decina di metri quadrati di superficie) del 1965. Fin dalle prime sale appare dal linguaggio delle opere una personalità robusta, venata di slanci sentimentali, di un coraggio epicamente fra- 76