FRANCESCO DI PILLA Edipo a Toledo Ediz. Bucciarelli M’accade, accostandomi ad una rilettura, di dover superare una sorta d’istintivo disagio. Forse per i risultati di precedenti e-sperienze che tanto spesso dichiarano la fatica occorsa per una dilatazione dei limiti originari; o forse perchè molte di queste esercitazioni, con il loro tono di fondo che è il colore dell’accademia, finiscono in un rigagnolo monocromo, una specie di vicolo senza uscita sbarrato com'è dalla « voglia di far cultura » nonostante la mancanza di idee. Ma accade, talvolta, di doversi anche ricredere come per questo « Edipo a Toledo » di Francesco Di Pilla in edizione numerata per i tipi di Brenno Bucciarelli, dove l'interesse letterario viene quasi immediatamente acceso da un rovesciamento del tema sofocleo. Per cui Edipo, da vittima ignara si fa vittima cosciente anche se « oscuramente cosciente » ed il suo operare nel dramma corrisponde un po’ ad una risalita dal baratro nel quale s’era precipitato, per ripercorrere le tappe di una tormentosa ricerca di significati sulla condizione dell’uomo. Francesco Di Pilla si preoccupa di giustificare questa sua interpretazione a rovescio rifacendosi, in una sua avvertenza al dramma, alla presenza, nel testo originale, di « qualcos’altro non mai ben colto » e dal Di Pilla non altrimenti chiarito. Restano dunque seri dubbi che Sofocle, anche se tirato per i capelli, volesse dire ciò che all’autore preme fargli dire. Ma poiché non ho nessuna perplessità sulla importanza e sulla carica attuale del tema che il Di Pilla propone, ecco che il suo dramma m’interessa in misura certamente maggiore di quello di Sofocle e soprattutto indipendentemente da questo. Per gli stessi motivi, e senza ricorrere alle sempre scrupolose precisazioni dell’autore (che a questo proposito scrive di « vari accenni oscuramente nascosti nelle pieghe della leggenda ») mi pare di poter apprezzare tutte le altre estensioni all’attualità che non sono poche nè meno interessanti di quella fondamentale. Questo Edipo nasce in un retroscena deserto, sgombro cioè, nella sostanza, della vegetazione teista e legalitaria e quindi già provvisto di molti attribuiti di certa moderna precarietà. Qui il dolore e la paura dell’uomo non ancora coagulati in « coscienza » mal reggono il peso d’un orizzonte completa- mente libero e che presto dunque si ripopola di nuova vegetazione. Edipo ha aperto la sua rivolta con l’uccisione del padre, primo tentativo di rottura del cerchio che « chiude i figli in un cieco confine », ma non ha raggiunto il suo obiettivo: s’è bruciato le ali nell’atto stesso in cui affondava (marito-figlio consapevole) nelle viscere della madre, per giungere a cogliere dalle origini i significati più riposti della sua condizione. Perchè proprio da questo anarchico tentativo ha avuto inizio una sorta di amorosa protezione, un nuovo rapporto di dipendenza, una schiavitù nuova e così tipica, oggi, nelle società più avanzate. Non si creda tuttavia che tutto si riduca alla possibilità di leggere nel mostruoso rapporto coniugale che il Di Pilla ci presenta, questa contingenza evidente, chè, mi sembra, l’amore di Giocasta per Edipo appartiene sempre alle forze restrittive e costrittive d’un cerchio antico che limita l’uomo da tempo immemorabile. È interessante notare a questo proposito la diversità del linguaggio. Giocasta, la madre-moglie parla in modo inequivocabile e unidirezionale nel senso più chiaramente egoista possibile, mentre Edipo ha accenti talmente lirici da consentire per gli stessi fatti, la convivenza di realtà e allegoria, di aspetto contingente e sostanziale ed i due, fra l’altro sembrano praticare un’incomunicabilità certamente più autentica di quella oggi tanto di moda. Anche il sesso ha ovviamente nel dramma, un posto di rilievo. Eppure neanche questo « fiore di carne » del quale tutti s’adornano con tranquilla spregiudicatezza, riesce ad inverdire il deserto. Si è soli. Soli quando si soffre e soli quando si gode. Si è soli ormai lucidamente come seguendo il previsto decorso di una malattia. Ma ancora altri motivi affiorano nel dramma del Di Pilla. Questo Edipo a Toledo da recitare in abiti moderni (<' direi all’ultima moda » precisa l’autore) e dedicato alla memoria di Julien Grimau, non mi pare perda in area di utilizzazione dal riferimento spagnolo (peraltro limitato al titolo e ad un’apparizione degli strumenti del potere in abito da guardia civil) chè, se mai, è di una signi-ficanza esemplare appunto per la tipicità delle forze, in quella situazione, che al nascere dell'uomo sbarrano il passo. Inoltre, così storicizzato, il motivo di fondo si sottrae al pericolo di una generalizzazione esistenziale. Senza il coraggio morale di sostenere razionalmente la vista di se stessi, pare dire il Di Pilla, la libertà conquistata è un abito nuovo per vestire la solitudine e la felicità è fuga dalla coscienza, droga, oblio sia pure « luminoso » (meglio dunque un'Antigone violentata dalla folla che irrompe nella reggia, di un'Antigone olocausto di se stessa per calmare l’ira degli Dei). 78