a giorno, e ne esce una sorta di anarchico ribollimento in cui la forza d’urto del singolo è direttamente proporzionale al grado di comprensione sino ad allora subito. In questo « brogliaccio per un giovane regista d’un atto quasi muto », ritroviamo dunque quello che a guardar bene rappresentava il tema fondamentale dell’Edipo: il motivo secondo cui, a qualunque livello le si indaghi, sia da un punto di vista soggettivo (il diverso grado di consapevolezza dei vari soggetti), sia da un punto di vista obiettivo (le varie cellule che compongono nel loro insieme la struttura sociale) le manifestazioni della vita associata presentano lo stesso grado di pesante costrizione rispetto agli individui. La generosa illusione di Edipo, di riuscire, lui, nato per « errore », al di fuori quindi da ogni legame consuetudinario, a spezzare il « cieco confine » entro cui l’umanità è prigioniera, a sfrondarne i miti — l’egoismo che si cela dietro l’amore dei sessi, il rapporto di sudditanza che i genitori vorrebbero imporre ai figli intesi come patrimonio privato, propaggine dei loro desideri inibiti e frustrati; la spaventosa realtà di miseria e debolezza che si nasconde dietro il paravento della religione e delle leggi — tale generosa illusione, dicevamo, portata da Edipo a un grado estremo di razionalizzazione, si era risolta in uno scacco. Edipo si acceca per « aver troppo veduto »: la razionalizzazione sull’esistenza, condotta apparentemente sul filo d’una speranza sovvertitrice, come se al limite dello sforzo dissolutore potessero reperirsi i moventi per l’edificazione di un nuovo modus vivendi sociale, d’una vita più libera e autentica, cedeva di fronte alla constatazione dell’inutilità d’ogni sforzo: la realtà rimane comunque quella che è, l’ordine alla fine trionfa trascinando con sè l’armamentario delle sue ipocrisie recenti e passate. Conclusione pessimistica dunque, il cui senso più profondo si intendeva solo ove si tenesse conto dell’esclamazione ingiuriosa con cui Edipo, nel finale, apostrofava i figli Eteocle e Polinice: « Borghesi!... Da secoli!.. ». Poiché i figli erano le cose più sue, impastati delle sue stesse idee, scettici e disincantati, lucidi demistificatori d’ogni ipocrisia, il sorprenderli alla fine grottescamente aggregati alla massa urlante nella richiesta di consultazione dell’oracolo (il segno religioso che ritorna, novello simbolo di timore) era per Edipo il definitivo suggello del fallimento. Al limite era la coscienza stessa, la ragione intesa in termini di consapevolezza, ad essere posta sul banco degli imputati: EDIPO: Il dubbio che talora mi tormenta è che, in fondo, siano dei deboli. Raffinati, coscienti e deboli. Deboli perchè a questo stadio? ». Tuttavia sole apparentemente l’ansia protestataria che trasuda dall’Edipo di Francesco Di Pilla sembrerebbe tradursi nella speranza di un miglior assetto sociale. Di fatto nell’Edipo, proprio laddove il grado di emancipazione appare più avanzato e i tabù sociali riconosciuti per quel che effettivamente sono, la liberazione sembra non avere altro significato che l’isolamento del singolo in se stesso, in una sorta di solitaria egoistica raffinatezza, per cui anche l’amore diviene godimento squisitamente individuale. (ETOCLE: Ma quel che mi succede da un po’ di tempo, è di restare solo anche quando faccio all’amore. È come se il piacere non tolleri più compagni-, soffriamo da soli e da soli godiamo. Nè sopporto la volontà dell’altra; per lo più la prendo nel sonno, quand’è come morta Coprendole gli occhi con la mano »). Sicché tutto il furore protestatario del Di Pilla, privato d’ogni possibilità costruttiva, si risolve in una sorta di ribellione anarchica al cui sbocco si situa la solitudine metafisica dell’uomo. In maniera radicale, si potrebbe concludere forzando un tantino il testo, che se per essere liberi occorre distruggere ogni legame, 13