IL MAGGIOLINO Un atto di Francesco Di Pilla Una sala vasta, lunghissima, rettangolare, fortemente illuminata, con pareti assai alte; la parete su cui s'apre il proscenio non è del tutto mancante: ne rimane una parte — a destra, rispetto agli spettatori — in cui è praticata una porta di normali dimensioni ma senza battenti (è da questa porta ch’è entrata — s’intenderà — la gente presente sulla scena). Poco più avanti della metà della sala, e larga quanto essa, una scalea non ripida di pietra bianca, opaca, con molti gradini, ascende lungamente e termina in un piano (anch’esso di larghezza pari a quella della stanza) di chiara superficie, su cui due pedane, in mezzo rispetto all’asse centrale della scalea e della platea, sostengono due troni non molto discosti dalla parete di fondo: uno per il Re, l’altro per la Regina. Sulla parete di fondo, lateralmente ai troni e simmetriche circa essi, partendo — come altezza da terra — dalla linea delle spalliere, due nicchie: in quella di destra una statuetta a tutto fondo, che dà l’idea (fissa lontano, com’è) di remoti spazi negli occhi vitrei quasi d’icona orientale; un mistico profano, forse (non un dio, ad ogni modo, né un santo), una figura assorta, come depositaria d’una qualche verità. Si capisce, in effetti, che là dentro è una sorta di divinità. Nell’altra nicchia, di pari dimensioni, c’è una lampadina accesa, col portalampade rotto; e un filo, un grosso cavo, pende fuori di essa. Quando si leva il sipario, la festa (o cerimonia; o tutt’e due le cose insieme, non s'intende bene) sta per incominciare. Dei numerosi invitati, uomini e donne, parte sono in piedi nella sala (vestono, gli uomini, quasi tutti di scuro), molti seduti ordinariamente — verso gli spettatori: e dunque, danno le spalle al piano dei troni — sui gradini della scalea, parte alfine nell’atto di assidersi. Lassù, il Re e la Regina. Il Re ha una corporatura robusta, non troppo voluminosa, la faccia un po’ stupefatta che rivelerà, in seguito, due grossissime labbra; la Regina è pettoruta e matronale. C’è movimento, fra gl’invitati (alcuni di quelli che sono nella sala salgono via via sulla scalea e siedono anch’essi; altri restano in piedi sui vari gradini), movimento di colloqui — per lo più incomprensibili — e di gesti (Re e Regina, invece, sono muti e immobili; le loro figure sono un po’ sfocate, elusive)-, ogni tanto, perchè detta ad alta voce, qualche frase emerge dal brusio e s'ode distintamente. VOCE DI UOMO: — Che situazione, Domina! Che situazione! UNA SIGNORA: — Questi palazzi vecchi, coi muri così spessi. Come si fa a scaldarsi? UN'ALTRA SIGNORA (dall'altro lato della scalinata): — Le case d’oggi, muri come sfoglie! E i rumori, e anche il clima... VOCE DI UOMO (agitata, dal centro della scalea)-. — Ma dove, dove, allora? LA PRIMA SIGNORA: — Ah, un mese a Tangeri! LA SECONDA VOCE: — Che situazione! UN’ALTRA VOCE DI UOMO (a un vicino): — E dunque, caro avvocato? Quel nostro amico? L'AVVOCATO: — Ci faccio il pignoramento. LA PRIMA SIGNORA: — A Tangeri! VOCE DI DONNA GIOVANE: — Da quando è morta mia nonna, ho perduto l'infanzia. L’AVVOCATO: — Ce lo faccio! Ci faccio il pignoramento. VOCE DI UOMO (falsamente drammatica): — La morte altrui, non c’interessa mai! È sempre e soltanto della nostra, che soffriamo. LA VOCE DELLA DONNA GIOVANE: -Da quando è morta mia nonna... UN GIOVANE INVITATO (con voce lugubre): — Il caso esiste, e non esiste mai. 16