vanno di là, in un’altra stanza, per il rinfresco. S’ode infatti ben presto, nel brusìo, un battere veloce di forchette e di coltelli sui piatti, un tintinnare di cristalli e bicchieri. E risa, talora un po' sguaiate, e qualche gridolino; e voci. UNA VOCE, DALL’ALTRA STANZA (forte): — La... (rumori e risa, battere di piedi, schiocchi di lingua altissimi; per questo, la prima parola della frase non si comprende) è buona! È buona! 6 fresca e buona! Il riso fortissimo e volgare della Regina (si suppone sia Lei, poiché si tratta di un riso tutto particolare) si leva al disopra del tumulto di voci, di ghigni, di risate, che questa frase provoca. Poi, sempre nell’altra stanza, c'è un lungo silenzio, rotto appena da sbuffi, ansiti, soffi (debbono però essere molto forti, se gli spettatori possono distinta-mente udirli), che pian piano si compongono e si spengono lasciando sospesa l’atmosfera. Si comprende che l'attenzione dei convitati è unanimemente rivolta a qualcosa di straordinario, o a qualcuno che sta eseguendo una particolarissima specialità. Ancora un attimo di silenzio (s’ode tuttavia, benissimo, il rumore d’un piatto che s’infrange a terra, e un risolino gorgogliante della Regina) e poco dopo una voce implorante di donna: VOCE DI DONNA: — O Dio, non puoi fare questo! ALTRA VOCE, DI UOMO (anch’essa implorante): — Per un buco? Per un piccolo buco? Segue un grido altissimo e un breve fragore, forte e secco, di cosa che si schianta. ALTRA VOCE DI DONNA (alterata e drammatica, urla): — Chi non prega, non si salva! Piano piano le voci e i rumori nell’altra stanza riprendono normalmente, con una normalità più accelerata, tuttavia, come a voler coprire e far dimenticare l’accaduto. Finché si smorzano in un brusìo fitto, uniforme, e gradualmente, in silenzio e molti a testa bassa, i convitati rientrano sul proscenio, col Re e la Regina in testa. I sovrani risalgono la scalea e seggono sui troni. I convitati si ridispongono ai loro posti sui gradini, pieni di cibo e rossi ma un po’ dolenti (pur volendo far mostra di nulla) e stanchi, come forzatamente tornati impettiti e poi composti. Escono gradatamente (eran rimasti, sinora, lassù sul piano dei troni; immobili) dopo un inchino reverentissimo ai sovrani, dalla porticina donde erano entrati, in fila indiana, i Musicanti. Per ultimo, lo zoppo; che esegue un inchino particolare, untuoso, alla Regina e al Re, tendendo la gamba sana, sollevando indietro e un po’ di sbieco quella storpia; poi, trascinatosi lentamente sino alla soglia dell’uscita, fa un gesto ammiccante al Re e un altro, orribilmente beffardo, verso i convitati (che non possono vederlo, essendo seduti in modo da dare le spalle, vedemmo, ai sovrani), allargandolo poi in direzione degli spettatori. E scompare. I convitati stanno definitivamente riassestandosi, quando la luce si spegno, improvvisamente, di nuovo. Tutti pensano, automaticamente, che si tratti d’un’altra confessione. Invece: si vedono, nella penombra dei lumini, entrare, dalla porticina da cui sono testé usciti i Musicanti, due valletti in costume, dignitosissi-mamente carichi di palloncini colorati; essi s’avvicinano ai sovrani. Il Re e la Regina si alzano dai troni e prendono con estrema lentezza e cautela, dalle braccia dei due valletti, alcuni palloncini. Li esaminano con grande attenzione; il Re, ad esempio, ne stringe uno, rosso, con ambedue le mani per saggiarne la consistenza; la Regina ha inforcato di nuovo l’occhialino e, ponendosi un altro palloncino — giallo — presso il viso, gli dà con una mano un pizzicotto, lo stira e lo lascia andare, riacchiappandolo subito perché non salga neH'aria e dandogli un piticchio con l’altra mano. Re e Regina sorridono di soddisfazione, e di una certa gioia, guardando i bei colori dei palloncini e constatandone la resistenza Quindi, con meticolosa attenzione, cominciano a decorare con essi il loro piano. Li attaccano in parte lungo il muro di fondo, dietro i troni, a invisibili chiodi o ad altri appigli; ai troni stessi, poi, uno per trono, dietro la spalliera (in modo che sporgano in alto, ben al disopra della spalliera, approssimativamente al centro di essa); in parte, li appendono a fili leggerissimi, pur essi invisibili o quasi, pendenti dal soffitto un po’ per tutta la superficie del piano, fino all'in-circa alla metà dei lili, o più su, o più giù, irregolarmente, a varie altezze insomma, parecchi per ogni filo, in modo da occupare gran parte della cubatura dell'intero piano. E i palloncini, dei più vari colori, restano in parte sospesi e immobili a mezz’aria, altri tentano di slanciarsi più in alto, con levità, altri ancora dondolano, dondolano leggeri; al- 20