un gergo solo apparentemente fruibile in modo completo. In effetti l’iconografia (questa civiltà dell’immagine) di cui dispongono nasconde le vere finalità aristocratiche, rigidamente sigillate di coloro che fanno funzionare i bottoni. È tanto esoterica nei suoi scopi che l’icona semplicemente viene consumata da un fruitore per lo più ipnotizzato; l’immagine non è più prodotta, neppure nel senso particolare di una produzione che risulti da una scelta personale compiuta nei confronti di una immagine piuttosto che di un’altra. Questo universo iconografico si impone come un tutto compatto, tanto organico nelle strutture che lo compongono, che alla massa non rimane altro che accettarlo indecifrato. Ma gli esorcizzatori — i poeti visivi, coloro che rispediscono la merce al mittente — smontano l’immagine, mettendone in evidenza il meccanismo di combinazione e di formazione; la mostrano nella sua composizione interna, ne usano membri ed elementi in modo da giungere alla creazione di opere che altro non sono che una umana reinterpretazione degli oggetti, dei segni, delle immagini più quotidiane, allo stesso modo del primitivo che fabbrica i propri strumenti, le proprie maschere, gli oggetti di rito usando unicamente il materiale di cui l’ambiente gli offre la presenza. I poeti visivi quindi mettono il pubblico nella condizione di presentarsi come degustatore di icone, a cui, mediante i vari livelli di lettura e quindi di fruizione, è interessato senza esserne abbacinato. U. Artioli - R. Margonari : Già abbiamo avuto occasione, intervenendo a proposito della poesia tecnologica, di esprimere le nostre perplessità intorno a un tipo di operazione poetica che, accettando l’equivalenza letteratura-mercificazione, viene conseguentemente a sottomettere il prodotto poetico alle leggi di mercato, rischiando così, da un lato, di esaurire la presunta carica contestataria in mero gioco di superficie, e dall’altro di distoreere l’intenzionalità antielitaria e democratica in una sorta di sottoprodotto culturale. Se il nostro discorso era allora rivolto soprattutto a interessi di poetica, rimanendo esclusa una valutazione a livello delle opere, nel porci di fronte a quel fenomeno che oggi più o meno correttamente va sotto il nome di poesia visiva, ci siamo invece sforzati di passare dal piano intenzionale a quello dei risultati concreti, per verificare sino a che punto le motivazioni agitate a livello teorico potessero dirsi suffragate dalla presenza dei testi. Diciamo comunque subito che taluni elementi di critica rilevati a proposito della poetica tecnologica ci sembrano grosso modo validi anche per la poesia visiva, per lo meno nella misura in cui quest’ultima rientra di diritto nell’ambito della poetica tecnologica. Il che avviene soprattutto' nelle sperimentazioni del « Gruppo ’70 » — etichettate appunto da Pignotti nella formula secondo la quale la poesia visiva nasce da « comunicazioni di massa + linguaggi tecnologici + fatto visivo ». In altri poeti visivi, come per esempio in un Balestrini o in un Carrega, le finalità che presiedono al tentativo di visualizzazione dell’elemento letterario sono sostanzialmente diverse, e se gli autori generalmente concordano nell’accettare come comun denominatore la fuga della poesia dal testo, divergono poi nelle motivazioni giusti- 40