parola e parte figurativa: quando poco fa si parlava di prodotti finiti, si alludeva soprattutto alla omogeneità della loro struttura, alla stretta rispondenza delle parti fra loro e delle parti col tutto. Nelle poesie visive è raro assistere a tale omogeneità di struttura. Parte letteraria e parte figurativa rimangono più spesso giustapposte, sicché il simbolo pubblicitario, una volta richiamato, rimane per così dire a mezz’aria, senza che il messaggio possieda forza penetrativa tale da destituire detto simbolo del suo alone mitico. Sicché ci pare abbia ragione Luciano Nanni quando scrive che « molte volte il simbolo pubblicitario è evocato proprio dalle formule che lo vogliono contestare ». Ma c’è di più. Quello che si potrebbe contestare alla poesia visiva è proprio uno dei motivi che dovrebbero costituire, sempre a livello di poetica, uno dei suoi requisiti di fondo: il suo potere di comunicazione a tutti i livelli, la sua apertura democratca. In effetti la poesia visiva resta produzione d’élite, e di questo crediamo che, nonostante tutte le affermazioni programmatiche, siano consapevoli gli stessi operatori del « Gruppo ’70 ». C’è una logicità interna all’operazione condotta da Pignotti e Miccini che conduce a questo sbocco inevitabile. Infatti, mentre il linguaggio pubblicitario raggiunge il suo larghissimo potere penetrativo facendo perno grosso modo su: a) capillarità dei canali di diffusione b) possibilità d’azione a livello infrarazionale c) immediata percepibilità del rapporto slogan-parte visuale quale di questi motivi può a buon diritto essere ascritto alla poesia visiva? Soltanto il primo, e tra l’altro in via solamente possibilistica. Per i punti b) e c), rispettivamente: b) - La contestazione operata dalla poesia visiva nei confronti del simbolo pubblicitario avviene per via critica, richiedendo così una mediazione di tipo razionale. c) - Tale operazione sposta gli indici del rapporto slogan-parte visuale, la cui percepibilità da immediata diviene mediata. Se a questi motivi, impliciti in fase di poetica, si aggiunge che nell’elaborazione dei suoi prodotti, il poeta visivo tende ad assicurarsi una zona di originalità sovente proprio accentuando l’elemento intellettualistico, operando cioè associazioni di carattere fortemente culturale, ne consegue quale risultante, il carattere elitario, quando non addirittura ermetico, della produzione. E tuttavia c’è da tener conto di un’altra direzione operativa. Ci sono certe poesie visive in cui il carattere segnatamente intellettualistico vien meno e le associazioni fra parte letteraria e parte figurativa si fanno più evidenti, più immediate: ebbene, questi prodotti presentano tuttavia la tendenza irresistibile a scivolare nella battuta di spirito, a risolversi nella boutade superficiale e, sovente, grossolana. Nella collezione « Tris », uscita recentemente a cura dell’editore Sampietro, ci è presentata una serie di poesie visive — firmate da Luca, Camillo e da Ketty La Rocca — che in questo senso fanno testo. Ora noi concordiamo sul fatto che questi prodotti possano costituire una nuova formula di divertissement, ma certo non pensiamo che la via per un’autentica democratizzazione della cultura possa passare di qui. Un prodotto che si risolve nella barzellettistica potrà essere indagato come fatto di costume, valutato e valutabile secondo parametri per esempio sociologici, ma non crediamo possa riguardare la storia della letteratura, nè tantomeno quella della poesia. 42