Fernando Trebbi: Ogni avanguardia, come è stato giustamente detto, si trova di fronte al problema della invenzione, della ricerca, o, più semplicemente, della sperimentazione di nuove forme di poesia; non tutte le avanguardie invece si sono poste e si pongono, il problema della comunicazione col pubblico, o, che è la stessa cosa, il problema del livello di fruibilità dell’opera prodotta. Tra le avanguardie contemporanee — infatti non tutte e non sempre lo fanno pur dichiarandolo a grandi lettere — la poesia visiva mi sembra quella che più di ogni altra ha cercato di mantenersi sempre vicina ad una possibilità concreta di comunicazione riuscendo quanto meno ad assolvere, nei confronti di un pubblico relativamente vasto e di livello medio, una positiva funzione di sgretolamento del gusto e dei suoi tradizionali contenuti. Non so se la poesia visiva sia riuscita a creare una forma di poesia veramente e autenticamente nuova, così come non mi è possibile stabilire se la sua funzione e il suo ruolo siano prevedibilmente limitati al piano della attualità e della contemporaneità o se invece possano già aspirare al superamento di tutto questo per una proiezione più duratura; ne sono anzi piuttosto dubbioso. Mi interessa però sottolineare il suo valore positivamente strumentale e capace di operare sia dall’interno della poesia (tramite la sperimentazione di nuove forme) sia soprattutto all’esterno di essa, mediante la preparazione di un pubblico meno disattento al prodotto poetico e culturale in genere e più disposto alla accettazione di nuove formulazioni. In altri termini, poiché parlando di avanguardia si usano spesso esemplificazioni di natura militare, dirò che la poesia visiva mi sembra possedere quelle caratteristiche preparatorie, preludenti, e nel medesimo tempo effimere che sono tipiche delle avanguardie militarmente intese. In fondo si tratta appunto, a mio modo di vedere, di preparare il terreno alla collocazione di qualcosa che non esiste ancora, oppure di qualcosa che pur esistendo, è diverso da ciò di cui si parla. Se dunque dovessi indicare gli elementi che mi sembrano essere tipici della poesia visiva, non userei grossi termini e non proporrei confronti troppo impegnativi e alla fine impossibili (cosa questa che del resto non fanno neppure i diretti interessati mostrando anche in ciò una lucida coscienza della situazione utilmente contrastante con la pretenziosa saccenteria dei grafici, dei concreti dei cibernetici, ecc.), ma parlerei, ad esempio, di strumentalità, ovvero di volontà di recuperare alla poesia in genere e alla cultura un pubblico disabituato e disattento mediante la somministrazione di un prodotto in qualche modo capace di • stimolarne la curiosità e l’interesse rendendo di conseguenza possibile la degustazione di generi poetici ugualmente sovvertitori ma forse, sotto qualche aspetto, più consistenti; di didatticità, ovvero di tendenza alla didascalia come forma diretta di comunicazione di contenuti altrimenti difficilmente assimilabili e come ricerca di un’arte di tipo neocontenutistico; di lucidità, come volontà di utilizzare l’elemento giocoso e spettacolare (musica, proiezioni, fruizione di gruppo ecc.) al fine di attirare in maniera divertente (vedi l’esempio proposto da Miccini dell’orlo inzuccherato del bicchiere) verso qualcosa d’altro o di altrimenti sgradevole. Si tratta certamente, anche se io la ritengo non molto lontana dal vero, di una visione riduttiva ed esageratamente semplificata, non al punto però da non vedere che la poesia visiva porta pure al fondo un residuo di notevole consistenza 43