Fernando Trebbi LE PROPOSTE DELLA RAGIONE Non diremo con la redazione dei Quaderni Piacentini che II dissolvimento della ragione, pubblicato da Guido Aristarco presso l'editore Feltrinelli, sia senz’altro un libro da non leggere, anche perché i responsabili della rivista hanno recentemente (e opportunamente) chiarito il carattere tendenzialmente strumentale e non effettivamente critico della « famigerata » rubrica. Diremo piuttosto, senza legame alcuno con le ovviamente diverse valutazioni, che al libro di Aristarco va quanto meno riconosciuto il merito di aver riportato l’attenzione della critica cinematografica su una serie di questioni istituzionali, fino ad ora occasionalmente trattate, in sede di reciproca contestazione polemica, all’interno della critica di formazione marxista. Si tratta cioè di un elemento sintomatico, rivelativo, e per questo almeno interessante, delle conseguenze cui ha portato la frattura operatasi sul fronte di quella che veniva chiamata la lotta per il realismo nell’arte e nella cultura. Questo fronte che neH'immediato dopo-guera era sufficientemente compatto ed unitario (ad esso infatti non partecipavano soltanto gli intellettuali di sicura fede marxista) nella difesa di determinati metodi di analisi e di determinati prodotti artistici (non solo cinematografici) venne via via differenziandosi, sotto la spinta delle nuove sollecitazioni rese possibili dalla rottura della autarchia culturale in cui l’Italia s'era quasi esclusivamente mossa per un lungo periodo di tempo, fino a frantumarsi nella attuale polemica e nelle non infrequenti reciproche accuse di eterodossia. Nel campo cinematografico (ma non soltanto in quello) la battaglia di coloro che proponevano un radicale aggiornamento del realismo come metodo (critico) e come tendenza (dell’arte in genere) venne com'era prevedibile a coagularsi attorno alla figura di Lukacs la cui estetica aveva fino ad allora fornito non pochi spunti di carattere critico e addirittura sistematico. È proprio nella prospettiva di queste discussioni e di questi dibattiti, ai quali non bisogna disconoscere il merito di avere pur portato qualche utile chiarimento e precisazione, che va a nostro parere collocato il libro di Aristarco almeno per quanto riguarda la vasta introduzione di carattere teorico sul rapporto fra marxismo e critica cinematografica. Rapporto che cominciò ad essere posto duramente in crisi (da un punto di vista piuttosto superficiale, se si vuole, ma non per questo meno rivelativo degli effettivi contrasti di fondo) nel momento in cui l’attuale critico cinematografico di Rinascita scriveva su II Contemporaneo le ragioni del suo dissenso dalla linea difesa dal direttore di Cinema Nuovo precisandole nei seguenti punti: rifiuto dell’ossequio fedele, passivo e a-critico agli insegnamenti di un maestro, Lukacs, cui pure si dovevano riconoscere — secondo lo scrivente — « parecchie virtù e illuminazioni »; rifiuto della « incondizionata ed assoluta condanna del naturalismo » proposta dal filosofo ungherese; rifiuto di ogni battaglia culturale che pervenga « ad una netta contrapposizione fra i prodotti del realismo e quelli della decadenza »; denuncia della « sproporzionata attenzione riservata ai succhi ideologici del film»(l). L’intervento di Argentieri che sembrava ubbidire nella sostanza ad alcune ammissioni ed affermazioni programmatiche comparse nei fascicoli precedenti della rivista (« Per quanto riguarda la battaglia realistica siamo pienamente consapevoli che essa non può oggi essere affrontata negli stessi termini con cui noi stessi — con errori senza dubbio, ma anche con molte ragioni — la conducemmo alcuni anni or sono...) (2) suscitò la reazione di Cinema Nuovo che, per bocca di Oreste Del Buono e Tommaso Giglio, ironizzava sulle dichiarazioni del Contemporaneo accusandolo di abbandonarsi troppo facilmente 59