alla indiscriminata adozione di metodi non ancora sufficientemente sperimentati, e coglieva l’occasione per rilanciare lo slogan della « verifica critica » cioè di un aggiornamento degli strumenti che tenesse conto della esperienza passata senza avventurarsi in baldanzose rotture e in poco medidate sconfessioni il cui rischio più grande consisteva evidentemente nel non avere a portata di mano ricambi di maggiore efficacia (3). E per la verità il nuovo territorio di cui 11 Contemporaneo si sentiva ormai padrone, dopo aver con disinvoltura rinnegato le posizioni assunte nel recente passato, era ancora per gran parte da scoprire. Nel frattempo però la critica cinematografica di formazione marxista sembrava avere pacificamente accettato, pur all’interno di aspre polemiche, la propria scomposizione in due fondamentali correnti: quella dei cosiddetti massimalisti, specialmente rappresentati da Aristarco e dalla équipe di Cinema Nuovo, e quella dei cosiddetti riformisti soprattutto raccolti intorno al critico di Rinascita, Argentieri, a quello dell'Avanti!, Mic-ciché, alle riviste Cinema 60 e Filmcritica ad alcune organizzazioni ed iniziative come ad es. la federazione italiana dei circoli del cinema e i festival internazionali di Porretta e di Pesaro. E proprio a Cinema 60 toccava poco dopo il compito di cercare i motivi della differenziazione con un articolo significativamente intitolato « I trabocchetti del massimalismo » a firma di Lorenzo Quaglietti, membro con Argentieri, Chiaretti e Toti della redazione della rivista romana dalle cui pagine era spesso partito l'invito ad intendere la « verifica critica »: 1. come capacità di formulare giudizi meno severi su certe esperienze cinematografiche; 2. come aggiornamento di un metodo di analisi, quello Ricacciano, ormai incapace di scoprire i valori contenuti anche in queste cinematografie oltreché in quelle tradizionali; 3. come proposta all’interno di una posizione marxista, di una diversa valutazione di esperienze come quella della nouvelle vague, del free cinema, del new american cinema e di registi come Resnais, Godard, Bergman, Antonioni, Felli-ni, Mekas, Richardson, Reisz, ecc. Ne I trabocchetti del massimalismo si cercava di progettare un discorso organico che tenesse conto tanto dei motivi di consenso con la redazione di Cinema Nuovo, e con Aristarco in particolare, quanto delle ragioni di dissenso. La convergenza delle due posizioni veniva specialmente ravvisata: nei frequenti rimandi a Gramsci e Lukacs e nelle numerose citazioni di Brecht, Mann, Sthendal, Tolstoi; nel rifiuto della critica di gusto; nella proposta di una critica di tendenza; nelle tesi del non esaurimento del realismo critico come metodo artistico. I dissensi riguardavano invece: il valore da dare al realismo critico inteso come metodologia critica; la distinzione fra romanzo e antiromanzo proposta da Aristarco come deducibile dalla suddetta metodologia; la possibilità di estendere la nozione di realismo critico a Rocco e non a L’avventura', la necessità di considerare non chiusa dal punto di vista artistico l’esperienza naturalista come dimostrerebbe appunto l'atteggiamento di Fellini ne La dolce vita (4). Il Convegno di Porretta indetto qualche tempo dopo sul tema Critica e Cinema oggi, anche allo scopo porre in discussione alcune delle questioni emerse per vedere se fosse possibile una comune linea di intesa, sortì l’unico esito di evidenziare maggiormente i contrasti. Nella relazione che Aristarco vi tenne si ravvisava infatti il vertice della cinematografia mondiale nel Chaplin di Luci della ribalta e di Un re a New York e non in Bergman, Drejer, Resnais, Bresson o Godard; si diceva che il culmine della cinematografia italiana era in Visconti e non in De Sica, Fellini, Antonioni; che non si dovevano affermare come validi solamente i film della cosiddetta avanguardia; che il realismo critico come metodologia critica non poteva ritenersi superato. Micciché pubblicava poco dopo su l’Avanti! un articolo dal titolo aneti’ esso molto significativo, « Libertà della critica e crisi del realismo », in cui stigmatizzando Aristarco si chiedeva: I. che la critica venisse liberata dal grande ricatto che porta a identificare spesso il giudizio estetico con il giudizio sulla presenza di elementi civilmente e socialmente rinnovatori nelle opere; 2. che fosse riposta in discussione la nozione di realismo. Cinema Nuovo tornando sull’argomento con un articolo di Renzi (un articolo la cui favorevole e ingiustificata valutazione che ne fu data dagli oppositori fa legittimamente supporre la presenza nel dibattito di elementi e motivi anche personali tendenti a togliersi di torno l’egemonia di Aristarco mediante un suo strumentale isolamento all’interno di una équipe che ne ha sempre condiviso in fondo le scelte principali) non faceva che riconoscere l’avvenuta frattura codificandola per di più in termini 60