giustificata dal fatto di entrare in un contesto relativo ai rapporti fra cinema e marxismo. Anche sul problema della valutazione delle avanguardie, così come viene riproposto da Aristarco, credo sia possibile aprire una discussione senza, per questo soltanto, correre il rischio di venire considerati alla stregua di moderni Zumbini. Non è detto infatti che le premesse da cui parte l’autore (la tesi gramsciana relativa alla distinzione fra opere che si amano, opere che si ammirano e opere che si amano e si ammirano al tempo stesso; oppure l’altra lukacsiana fondata sul rifiuto delle basi ideologiche dell’avanguardia novecentesca) debbano venire utilizzate nel senso da lui proposto. Per quanto riguarda la tesi gramsciana, pur riconoscendo alla distinzione che essa propone una notevole validità di carattere pratico-emozionale (nel senso che di fatto è molto facile e abituale porsi di fronte all’opera secondo una delle alternative in questione, ancor prima di sottoporre quest’ultima ad una analisi critica) non mi pare che si possa pacificamente giurare sul suo effettivo valore di strumento critico-estetico da tener presente come motivo discriminante in sede di valutazione artistica. E neanche una ricerca che voglia essere semplicemente, e molto più modestamente, di storia della cultura potrebbe essere orientata secondo un tale criterio, perché allora bisognerebbe pensare che tutte le opere non amate e ammirate insieme possano, per questo solo motivo, non essere considerate come facenti parte della storia della cultura, il che esula, credo, dalle intenzioni dello stesso Gramsci. Pure inutile sarebbe, e certamente privo di senso, il dire che la battaglia per una nuova cultura dovrebbe tendere a fare in modo che non vengano più prodotte opere da non potere amare e ammirare insieme, dal momento che, quando queste opere ci siano o vengano di fatto realizzate, ci si trova nella condizione di non poterle non prendere in considerazione proprio da un punto di vista culturale. Per cui bisognerebbe convincersi della necessità di riconoscere alla formula gramsciana un valore non assoluto ma soltanto provvisorio e strumentale. La distinzione può anche essere condivisa su un piano di politica culturale, ma non può essere ovviamente considerata un elemento di valutazione artistica e neanche un criterio di orientamento storico culturale. Quanto poi alla posizione lukacsiana io credo che lo stesso riconoscimento di Kafka, da parte del filosofo ungherese, dovrebbe avere almeno il potere di farci meditare, in termini diversi, tutta la questione della sua valutazione delle avanguardie, anziché indurci a concludere tranquillamente che dunque è possibile riconoscere il valore di Kafka sul piano del linguaggio, respingendo contemporaneamente le basi, ideologiche o d'altro genere, da cui in fondo quegli stessi valori linguistici devono pure in qualche modo derivare, a meno che non li si voglia astratta-mente considerare fondati sul niente. E, dato che abbiamo toccato l'argomento, mi pare di poter osservare che anche sul problema del linguaggio — la cui panoramica Aristarco definisce carica di interrogativi, stimoli e insidie — il discorso dell’autore risulta, oltreché scarsamente articolato, non del tutto soddisfacente. Non a caso tra l’altro le osservazioni riportate non nascono, così almeno pare, da una elaborazione personale, ma sono dedotte da un intervento dei fratelli Taviani, recentemente apparso su Cinema Nuovo e con il quale Aristarco si dichiara sostanzialmente d’accordo. Per la verità se il discorso di Taviani-Orsini si presenta ancora oggi abbastanza ricco di stimoli e di osservazioni ben sintonizzate con gli interrogativi che parallelamente sorgono nell'ambito di altre forme VOGLIO FILIPPINI Vespa Via Montanara e Curtatone N. 58 LA... 50 - 90 - 125 -150 - GL - SS... MANTOVA Tel. 2.S696