Ferdinand N’Sougan Agblemagnon La condizione socio-culturale negro - africana e il cinema Quando la redazione del « Portico » decise di pubblicare un saggio su Ernesto De Martino, la cui seconda parte uscirà nel prossimo numero, non intendeva soltanto ricordare uno studioso illustre scomparso nel pieno della sua attività, della cui opera, oltretutto, ad un anno dalla morte non si è ancora sentito in Italia l'esigenza di un approfondito esame complessivo. L'attenzione rivolta ad un cultore di scienze storico-religiose aveva il preciso significato di iniziare un discorso, che, prendendo l'avvio da colui che si può considerare il massimo etnologo italiano del '900, immettesse nel « mercato delle idee » tutta una serie di problemi, di carattere antropologico-etnologico-religioso, rispetto ai quali la cultura italiana manifesta una sordità che è l'evidente riflesso sia di una generale arretratezza sul piano delle informazioni (e in ciò la scuola ha le sue responsabilità); sia di un persistente etnocentrismo che, rispetto alle esperienze culturali sorte fuori della tradizione occidentale, si pone nella condizione ambigua (ma intimamente non contraddittoria), di rifiuto di determinate manifestazioni e di assimilazione acritica della loro tangente irrazionalistica. Film come « Africa addio » costituiscono un esempio inquietante di una operazione tipicamente neo-capitalistica rivolta a sollecitare brutalmente le riemergenti tentazioni irrazionalistiche della società contemporanea e, nello stesso tempo, a « ideologizzare » certi contenuti di pensiero che potremmo sinteticamente definire: « colonialismo culturale ». D'altra parte il fatto che l'opinione pubblica italiana si sia divisa di fronte al film di Ia-copetti e che negli stessi giorni Folco Quilici abbia fatto conoscere al vasto pubblico della televisione una « altra » Africa tesa dramma- ticamente a ritrovare la trama di un tessuto da secoli ormai ridotto a brandelli, indica che qualche cosa si muove e che un discorso serio ha la possibilità di non cadere nel vuoto. Voler discutere oggi in termini « europei » secondo i moduli dell'europeismo propugnati dagli Organismi dei Sei significa allargare territorialmente una provincia culturale secondo le finalità dell’unificazione neocapitalistica e socialdemocratica in atto nel continente, significa non solo mantenere il fossato tra est e ovest, ma anche allontanarsi progressivamente da quei popoli il cui sfruttamento condotto sistematicamente per secoli permette ora all'Europa di Strasburgo di vantare i titoli della propria prosperità. Per queste ragioni una sezione dedicata ai problemi etnologici, antropologici e religiosi si giustifica su questa rivista come uno spazio offerto possibilmente alla viva voce di quei protagonisti del grande dramma dei popoli di colore che hanno acquisito una viva coscienza della loro condizione umana e storica e che ora esprimono la loro protesta e la loro volontà di sopravvivenza civile non più attraverso i modi tribali della rivolta affidata ai poteri magici o ai miti del « grande ritorno », bensì nella sofferta maturazione critica con cui individui e popoli mediante la lotta armata, politica e culturale si vanno inserendo, pur con alterna fortuna, nel corso della storia mondiale (n.d.r.). Fra tutti gli strumenti di penetrazione culturale di cui dispone l’Occidente in Africa, il cinema è certamente uno di quelli che attestano ad un tempo la loro universalità e la forza dei loro mezzi. Le cause sociologiche di questo successo evidente sono molteplici. Anzituto il cinema, utilizzando i metodi audiovisivi, è più accessibile di altre forme d’arte o di comunicazione. In secondo luogo 67