il cinema sembra iscriversi naturalmente in quella tradizione di « oralità » che ha caratterizzato le culture africane prima del contatto con l’Occidente. In terzo luogo, la potenza di questa oralità è confermata — forse in certi casi aggravata — dal fatto che una gran parte della popolazione, talvolta sino al 90%, è analfabeta. La comunicazione attraverso la parola e l'immagine, quando l’ostacolo linguistico non sia determinante, diventa il mezzo di comunicazione per eccellenza. Il cinema è questa finestra spalancata sulla diversità delle culture degli altri popoli, ma anche sul mondo senz’ altro. È per suo merito che modelli assolutamente estranei alla società africana sono in un certo senso vissuti da vicino. Questa maniera di viaggiare senza uscire di casa, restandosene nei propri quadri sociologici, rende la partecipazione per anticipazione ai nuovi modelli particolarmente facile ed inoltre terribilmente mordente e pentran-te. Ma questo cinema africano, se il suo successo è evidente come ciascuno constata, non esprime ancora sufficientemente l’Africa. E tuttavia — è un paradosso — l'Africano gli è assai ricettivo. L’Africano si sente potenzialmente espresso dal cinema. Egli vi si sente espresso « in prospettiva ». Benché questo cinema non sia adatto per lui, l’accetta, ne adotta certi modelli, ne è influenzato. Il problema è dunque il seguente: il cinema, veicolo occidentalizzante di acculturazione, può trasformare l’Africano al punto da adattarselo, senza nel medesimo tempo adattarsi a questo Africano diventando il veicolo di espressione di una condizione socio - cultu rale. È possibile un adattamento del genere del cinema all’Africa? Se si, quali devono essere le condizioni? Questi sono alcuni dei problemi che dobbiamo analizzare. Ma la questione stessa illustra in modo rimarchevole i tre gruppi di problemi di cui dobbiamo chiarire la dialettica reciproca. Anzitutto dal punto di vista del cinema stesso, il cinema ha i suoi problemi specifici, sia in Europa, che in Africa, in Asia, nell’America latina o nell’America del Nord. Esso ha delle mire sue, una sua strategia, i suoi tecnici, un suo linguaggio. Anzitutto deve risolvere un problema di adattamento, anche se inizialmente accetta senza condizioni la realtà. Il cinema, in quanto veicolo occidentalizzante d’acculturazione, pone tutti i problemi d’acculturazione non solamente sotto l’aspetto preciso dei vettori audio-visivi, ma anche sotto quello dei vettori simbolici. Le esperienze diverse di cinema, di televisione o dei mezzi audiovisivi in corso in Africa, non sono ancora sufficientemente meditate per permetterci di chiarire tutte le lezioni che si potrebbe trarne. La « condizione socio-culturale negro-afri-cana » può caratterizzarsi in un paradosso apparente: infatti dal punto di vista della realtà sociologica essa si caratterizza per una diversità di situazioni sociologiche. Diversità, complessità, opposizioni quanto ai quadri geografici, linguistici, sociologici. E tuttavia, unità di questa condizione socio-culturale, poiché sono molti i caratteri comuni che sottendono talvolta situazioni assai diverse le une dalle altre nello spazio e nel tempo. Ma il comune denominatore che nessuno può negare viene dal contenuto stesso della cultura, delle situazioni e delle motivazioni. Fatte queste osservazioni, dobbiamo ora tentare di accostarci a questi problemi per l’analisi di qualche caso concreto: il cinema etnofrafico e documentario, il cinema per il largo pubblico o cinema commerciale. 1) - Il film etnografico e il film documentario Sembra che per i suoi criteri di definizione, questo tipo di cinema sia più adatto a tradurre delle situazioni concrete. Infatti esso opera in un quadro determinato come nel contesto di un gruppo etnico. È accompagnato da una introduzione scientifica che permette allo spettatore di comprendere la società nelle sue reali strutture. Questo cinema si rivolge a degli specialisti, si limita generalmente a temi circoscritti e precisi: è una sorta di monografia. Può assumere l’aspetto di una analisi clinica: la macchina da presa diventa allora l’occhio implacabile del clinico scrutatore che vede e nota e può, a piacere, allargare nello spazio e prolungare nel tempo un certo dettaglio interessante finora trascurato. Il cinema documentario vuole essere anzitutto una fotografia fedele della realtà: la cinepresa e il magnetofono sono degli osservatori scientifici imparziali. Lo specialista completa immagini e suoni con commenti scientifici appropriati per spiegare ciò che si vede e si sente. In altri termini questa spe-gazione tende a restituire o a completare l’ambiente sociologico che può essere assente nel film stesso. Questo correttivo è tanto più importante in quanto nella maggioranza dei casi lo spettatore è disorientato e non sa come raccapezzarsi. Lo scopo cui mira un cinema del genere, 68