mo infine tutti i problemi relativi alla personalità e alla decolonizzazione. I gruppi in Africa vi sono stati parzialmente coinvolti o completamente trasformati. Quelli stessi che manifestano una sorprendente ed apparente stabilità non sono che gruppi in tregua. Sarebbe dunque auspicabile che si mostrasse come aH'interno di questi gruppi il cambiamento vissuto e come nuove tendenze si e-sprimano o si delineino. Ciò vale anche per la fenotipia della personalità, non soltanto sotto l’aspetto riguardante la sua evoluzione, cioè l'acculturazione, ma anche i suoi conflitti, i suoi sforzi d’adattamento, i suoi scacchi, i suoi problemi. In questo dramma fe-notipico della personalità africana, la tradizione sarebbe il genotipo, l’ambiente e la congiuntura storica ne sarebbero il parati-po. I problemi della decolonizzazione interessano il cineasta africanista. Se può accontentarsi di presentare una semplice fenomenologia della colonizzazione, gli sarà necessaria più pertinenza e acutezza per liberare i prismi deformanti che ne costituiscono la apologia. Meglio ancora, egli dovrà rivedere periodicamente la propria percezione del mondo. In questa reintegrazione storica dell’Africa, in questa riabilitazione culturale del mondo negro-africano, una responsabilità tutta particolare incombe sul cinema. Il cineasta africanista nell’attuale congiuntura non può permettersi di essere semplicemente un produttore e un venditore di immagini sonorizzate, deve essere umanista. Certo, deve ricreare, ma non deve affatto scendere al rango di un saltimbanco, col desiderio d’essere applaudito ad ogni costo. le difficoltà materiali, sociali e morali degli Africani d'oggi ben descritti da certi romanzi e analizzati da ricerche sociologiche, non ci vengono ancora espressi nella loro fibra essenziale, nella loro complessità e totalità istantanea. Spetta al cinema presentare nel loro stesso contesto questi problemi e queste situazioni in tutto il loro pregnante realismo. Altri temi per il cinema: le reazioni degli Africani, tanto di fronte al mondo negro-africano che al mondo moderno (inserzione nell’universo tecnologico, angoscia per la situazione di sotto-sviluppo, attravèrso dei nuovi modelli). Tutto questo sviluppo riguardante le situazioni sociologiche potrebbe mettere in luce fatti di rottura, fatti di riconciliazione e talvolta nuovi rapporti dell’uomo africano con se stesso e con il mondo circostante. Un’altra questione deve attrarre la nostra attenzione. Come intravede il soggetto la condizione socio-culturale negro-africana attraverso il film? Tutto sta che dei valori culturali possano tradursi nel film e che delle situazioni sociali concrete possano essere e-spresse da questo film; bisogna anche sapere i modi con i quali lo spettatore percepisce questi valori e legge queste situazioni. Noi incontriamo due difficoltà: la prima è l’impossibilità in cui si trova lo spettatore di attualizzare questi valori. Dalla mia esperienza di profano in materia, sembra che i valori africani espressi sullo schermo siano piuttosto sentiti come fossili, come delle sopravvivenze. Se li si ama, è perché essi operano una sorta di ritorno al passato « selvaggio » e soddisfano la nostalgica attesa di un paradiso perduto, di un passato selvaggio idealizzato. Sembra dunque che ciò che costituisce per molti l’attrazione per il film etnografico, sia precisamente questo bisogno di freschezza, nostalgico e romantico desiderio di un mondo selvaggio al quale aspira il primitivo che sonnecchia in ogni civilizzato. Viene inoltre la difficoltà di sentire queste situazioni. Noi abbiamo la tendenza a procedere, col gioco di false analogie, arbitrarie riduzioni di situazioni nuove a situazioni conosciute. Tutto succede come se il meccanismo di comprensione del film da parte del soggetto-ricettore, tendesse a ridurlo alla « cose già note » quando invece il film avrebbe precisa-mente considerato come il risultato di una attitudine troppo intellettuale o troppo nazionalista di fronte al film. Nella misura in cui il film è troppo nuovo, scuote eccessivamente, sembra che il soggetto opponga una resistenza inconscia che lo priva del beneficio del disorientamento. Nasce così un certo malinteso tra regista e pubblico. Bisogna adattare il film al soggetto ricettore. Ma quali devono essere le modalità di un tale adattamento? Bisognerà affrontare alcune questioni relative al linguaggio. Non ci proponiamo di trattare o di sollevare il problema del « linguaggio cinematografico ». Più modestamente vogliamo indicare le questioni sociologiche che interessano questo linguaggio, specie quando si tratti di cinema « africano ». Esso esprimerà come si è già detto, necessariamente dei valori, delle situazioni socio-culturali, dei modelli sociali. Ma anzitutto si porrà il problema di traduzione dei modelli sul duplice piano africano ed europeo. Le società africane sono diverse e uno stesso 72