Toni Tornato di Silvano L’ambito in cui opera, ormai da qualche anno, Silvano Girardello potrebbe definirsi come pittura di racconto se questa indicazione non fosse stata eccessivamente forzata ed allargata, per cui si dovrebbe prima significare, in modi più propri e distintivi, ciò che si intende con tale definizione. Sarà da dire subito che qui va intesa non sul piano di un mero recupero figurativo, di un aggiornamento dei repertori tematici e strumentali oggi più ricorrenti, bensì nell’accezione storicamente più motivata di una severa disposizione ideologica, di una analisi descrittiva più caratterizzata e incidente, che si è andata traducendo infatti in una problematica linguistica, che ne ha di conseguenza sostanziato le scelte e la ricerca, liberando certo precedente eloquio del quotidiano, presente nella sua ambigua e ancora contorta espressività, da urgenze meno mediate, cioè non criticamente vagliate. Brevemente si può accertare quindi che, pur valendosi la sua pittura di modi di larga circolazione, egli ne rinnova le funzioni, ne rimuove i significati; di fronte alla frastornante volgarizzazione delle nuove convenzioni visive questo pittore persegue una operazione che, se da un lato mira a demistificare, neU’ibrida compromissione di immagini diverse, l'universo standardizzato del quotidiano, dall’altro reintegra invece in un circuito altrettanto contestativo l’aulica e preziosa esistenza di un passato storico, di un repertorio iconografico codificato e ormai esaurito. Tale richiamo non è certo casuale, né pretende riscattare una realtà già di per sé usurata, piuttosto vuol significare una ricerca in chiave « colta », cioè opporre alla volgarizzazione indiscriminata di molte esperienze derivate dalla pop art, dei suoi strumenti e delle sue forme tratte dai tipici processi della comunicazione di massa, una misura più di- Presenza Girardello stinta e sottile. Se la realtà visiva è ormai prevalentemente stabilita da un tale sistema egli non rifiuta le ragioni storiche e strumentali che vi sono alla base, ma non si sente disposto a registrare passivamente questa invasione, a subirne le conseguenze o, nella greve soggezione che già si è instaurata, a registrarne l’urto e peggio l’acquiescenza. L’ accostamento di repertori d’immagine così diversi per estrazione e significato, avvicinati per il carattere di una ormai comune veicolazione, può rivelare una volontà iconoclasta, non di meno si avverte in questa sua pittura l’intenzione di un livellamento visivo di quelle diverse immagini riportate a un grado omogeneo di incidenza nel racconto. È quindi l’uso che egli accerta di questi segni nell’analisi di una più complessa situazione individuale e sociale. Cioè egli se ne serve strumentalmente, ma non per garantire un ricalco obiettivo, poiché interviene di continuo a complicare l’implicito significato, a compromettere le funzioni con un gusto lutto ironico e paradossale. Avviene che una volta accostate allo stesso livello di descrizione pittorica, nello schermo lucido della sua coscienza visiva, quelle immagini, provenienti da mondi onirici o dalla tradizione classica, dalla cartellonistica pubblicitaria o dalla segnaletica, reagiscono dialetticamente, conservando una specifica e appunto diversa efficacia. Lo spazio delle sue su-perfici allora si ingorga nel tumulto di quelle sequenze, nel parossismo di quella congerie di informazioni, di dati e di elementi disparati. Ma alla chiarezza formale delle citazioni, dei ricorsi a una emblematica disoccultata, contrasta la stessa chiarezza esplicita ma inerte di segnali e di figure di una mito-grafia avveniristica, irriducibilmente ambigua: situazioni espresse in una incongrua e allarmante alternanza. Momenti fantastici e 74