da parte di bidelli tanto impietosi quanto inesorabili, a sgattaiolare fuori dell’aula nell'ultima ora senza suscitare il fastidio del professore. Non deve essere dimenticato che l’incontro del giovane « provinciale » con la cultura avviene quasi sempre in questi termini, certamente assai poco propizi ad accendere un amore a prima vista. Tutto ciò accade, quando il giovane delle campagne può continuare gli studi, il clic avviene per la minor parte: per i privilegiati, figii di famiglie più o meno benestanti, o sostenuti dalle fatiche di genitori coraggiosi (2). Al di sotto di questa categoria sta la gran massa di coloro che non possono o non vogliono continuare gli studi, condannati, salvo pochi esempi sorretti da straordinaria volontà o da fortunate coincidenze, ad una lenta degradazione verso il virtuale analfabetismo. La stessa scuola media unificata, la nuova scuola dell’obbligo, appare ben lungi dall’essere in grado di bloccare quella triste predisposizione all’incultura con la quale la scuola elementare ha potuto licenziare generazioni di « campagnoli » (3). Non si parla dell’università, la cui frequenza è un problema, o un'avventura, che assume caratteri pressocchè identici tanto per i giovani delle campagne che per quelli di gran parte delle città. Un approfondimento dei rapporti tra scuola e campagne risulterebbe certamente di grande utilità anche perché da essi traggono origine, inevitabilmente, l’estrema difficoltà di una penetrazione culturale nelle zone prevalentemente rurali e, insieme, i diversi piani sui quali è dato di osservare i pochi elementi di vita culturale oggi riscontrabili negli insediamenti extraurbani. Una attività culturale vera e propria, quando esiste, è infatti quasi sempre collegata alla presenza di gruppi piuttosto numerosi di studenti o ex-studenti, passati all’esercizio delle professioni, o di insegnanti residenti e operanti sul posto. I centri più importanti della campagna mantovana e padana in genere offrono non pochi esempi di « circoli di cultura » e simili, quasi sempre legati alla storia e alle ambizioni di alcuni appassionati, alla stagione « impegnata » dei più brillanti esponenti di una generazione, strumenti raramente sopravvissuti a quella stagione o alla disinteressata disponibilità dei loro fondatori, cui non subentrano mai strutture permanenti ed una consuetudine affermata tra il pubblico più vasto. La stessa tormentata, un po’ triste, ma esemplare, odissea dei circoli culturali e delle associazioni similari in Mantova dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi può ben farsi rientrare in questo tipo di fenomeni. AU’origine di queste e di quelle iniziative si trova sempre uno sforzo tenace inteso a non perdere del tutto i contatti con il mondo della cultura attiva, delle idee, della espressione artistica, appena intravisto nelle città o dai banchi delle scuole superiori ed universitarie, la cui lontananza riesce tanto più sentita là dove non arrivano i libri, il cinema è solo di evasione, il teatro è stato trasformato in opificio da qualche piccolo industriale attratto dal miracolo economico. Si stabilisce così, sia pure in forma episodica, un interesse per le arti, il dibattito culturale e politico, lo spettacolo, ecc. volto piuttosto all’aggiornamento, all’informazione, ad un collegamento culturale, cioè, a senso unico, in cui un conferenziere, libri, riviste, immagini portano idee, proposte, stimoli al piccolo centro di provincia, senza che dal piccolo centro si abbia capacità di dare una risposta, un contributo proprio, di operare un inserimento effettivo. Certo non sono mancate, né possono oggi mancare, talune interessanti eccezioni, ma ben difficilmente la « iniziativa culturale » locale riesce a sottrarsi a questa norma e a questo destino: per la matrice squisitamente piccolo-borghese da cui germoglia, per la limitatezza delle ambizioni e la povertà del terreno culturale su cui pretende impiantarsi, soprattutto per la incapacità di saper cogliere dal mondo in cui opera ispirazione e materia per un reale impegno culturale autonomo, originale, insostituibile da parte dei prodotti della cultura cosmopolita della città . Non a caso è potuto accadere qualcosa di molto diverso nel centro agricolo di Piadena (Cremona), quando attorno all'iniziativa del maestro elementare (Mario Lodi) si è potuto coagulare un gruppo di estrazione nettamente operaia e contadina, che nulla aveva da spartire con la cultura ufficiale, quindi immune dai complessi e dal « bovarismo » dei circoli borghesi. Da un tale incontro è nata tutta una serie di realizzazioni, dai « Quaderni di Piadena » al « Gruppo padano », che partendo dalla osservazione del mondo contadino lombardo, dallo studio e dall’interpretazione di una realtà locale, hanno condotto la « Biblioteca popolare di Piadena » ad essere insieme stimolo fecondo ad un più largo movimento e impegno culturale autonomo 78