rappresenta in definitiva uno degli ostacoli più seri al conseguimento, che oggi si mostra di invocare da ogni parte, di un effettivo sviluppo della società italiana, della piena e razionale valorizzazione di tutte le potenziali energie disponibili. Volendo cercare non tanto una spiegazione dell’attuale stato di cose, quanto un metro di indagine per i necessari approfondimenti, una direttiva verso cui orientare i possibili sforzi per lo sblocco di così carente situazione, sembra necessario collegare realisticamente questa progressiva rarefazione degli interessi culturali nelle campagne (ma non è così anche per le piccole e medie città?) alle molteplici manifestazioni di scompenso che il sistema rivela in ogni settore dell’attività umana. La realtà italiana appare sempre più influenzata dal prodursi di acute sperequazioni tra luogo e luogo, da attività ad attività, tra l’una e l’altra categoria, assumendo un assetto dualistico, in cui contrastano aree di benessere crescente ed aree di stagnante arretratezza. Una di queste tipiche dicotomie si avverte, sul terreno della cultura, nel divario tra aree urbane e aree extraurbane. Anche i servizi culturali, sottoposti alla logica del profitto privato, si concentrano là dove sono remunerativi, là dove un pubblico sufficientemente numeroso e attento esercita una domanda in qualche modo costante e continua- tiva, suscettibile di essere coltivata ed ampliata. Dove manca la remuneratività il sistema lascia il vuoto, la limitata domanda inizialmente presente decade, il bisogno, non più sollecitato e alimentato, si estingue. Si spiega così come alla esigenza neocapitalistica di una politica culturale verso le maestranze operaie (11) non corrisponda la presenza, a tutt'oggi, di un’analoga iniziativa verso i lavoratori delle campagne. Accade qui che l’appiattimento della società dei consumi passi in un contesto di incultura, che comporta l’annullamento di una precedente cultura popolare (è il caso dei contadini) e concorre a ridurre la periferia dei grandi centri urbani un puro e semplice serbatoio di materiale grezzo, da plasmare convenientemente secondo il bisogno. Si apre allora il discorso sul modo di reagire alla spontaneità delle forze in atto, sugli strumenti da porre in azione per annullarne la logica perniciosa e difendere dal suo attacco la libertà e la personalità umane. Discorso assai ampio, che coinvolge in primo luogo i poteri pubblici, i partiti politici, le istituzioni culturali esistenti, le loro enormi responsabilità. Che evidentemente non può essere contenuto in un tentativo di indicare i temi principali di una ricerca che, se mai, deve costituire a quel discorso una documentata e coraggiosa premessa. (1) Un tentativo abbastanza organico di indagine in materia venne eseguito dal prof. Rinaldo Salvadori, con riferimento all’anno scolastico 1953-54 (Amministrazione Provinciale di Mantova: L’istruzione pubblica nella provincia di Mantova, quaderno n. 2, Mantova, s.d.). I risultati dello studio, seppure ancora non privi di interessi, si ricollegano purtroppo ad una situazione ormai lontana dalla realtà attuale. (2) Può succedere che una famiglia contadina decida di inviare il figlio meritevole, o bisognoso di proseguire negli studi perché inadatto ai lavori pesanti, in Seminario, anche se inclinazioni del ragazzo e tradizioni familiari escludono l’esistenza di qualsiasi vocazione religiosa. È solo la sistemazione più conveniente. D’altro canto l’autorità ecclesiastica non ne è meno consapevole, ma sa che su un certo numero di questi alunni, anche se così raccolti, qualche vocazione potrà sempre germogliare a contatto con il nuovo ambiente. (3) Nella prima seduta del Comitato provinciale per la programmazione, il 2 ottobre u.s., i problemi dei difficili rapporti tra scuola media unificata e ambiente rurale sono stati molto opportunamente e validamente sollevati dall’on. Cesare Baroni. É auspicabile che l’invito venga raccolto in quella ed in altre sedi, con l’intento di arrivare a concrete proposte e applicazioni. (4) Ad Acquanegra sul Chiese, comune di quasi 4000 abitanti, l’unica edicola è nel capoluogo, in cui risiede circa un migliaio di nuclei familiari. Fra i quotidiani arrivano 38 copie del « Corriere della Sera » (50 alla domenica), 27 della « Gazzetta di Mantova » (30 domenicali), 26 dell’« Unità » (70), 9 dell’« A-vanti! » (15), meno di 20 fra tutte le altre testate. Dei quotidiani sportivi si vendono in tutto 10-20 copie. Nel settore dei rotocalchi, così importanti nel quadro dei consumi culturali cittadini, non si superano le 90 copie complessive (di cui 50 di « Oggi »). Il « Radio-corriere » manda 62 copie. Molto più diffusa la stampa femminile (soggetta anche a numerosi scambi dell'usato): 60 copie di «Grand Hotel », 40 « Bolero film », 38 « Sogno », 16 « Luna park », 14 « Intimità », ecc. Il giornale 80