scienza- è contradditoriamente coerente. E come accade sempre, la coerenza nella contraddizione esprime la forza di un desiderio. Il concetto di struttura cetrata è in effetti il concetto di un gi-oco fondato, costituito sulla base di un’immobilità fondatrice e di una certezza rassicurante, essa stessa sottratta al gioco. In seguito a tale certezza si può dominare l’angoscia, che nasce sempre da un certo modo di essere coinvolto nel gioco; di essere preso nel gioco; di essere, fin dall’inizio del gioco, dentro il gioco. A partire da ciò che noi dunque chiamiamo centro e che, potendo essere sia fuori che dentro, riceve indifferentemente i nomi di origine o di fine, di arche o di télos, le ripetizioni, le sostituzioni, le trasformazioni, le permutazioni vengono sempre prese in una storia del senso -vale a dire una storia tout court-di cui si può sempre rinvenire l’origine o anticipare la fine nella forma della presenza. E questo perchè si potrebbe forse dire che il movimento di ogni archeologia, come quello di ogni escatologia, sono complici di questa riduzione della stmtturalità della struttura e tentano sempre di pensare quest’ultima fondandosi sopra una presenza piena e fuori del gioco. Ammesso tutto ciò, l’intera storia del concetto di struttura, prima della rottura di cui parliamo, deve essere pensata come una serie di sostituzioni da centro a centro, una concatenazione di determinazioni del centro. Il Centro riceve, successivamente e in modo regolare, forme o nomi diversi. La storia della metafisica, come la storia dell’Occidente, non sarebbe altro che la istoria di queste metafore e di queste metonimie. La sua matrice sarebbe e qua mi si perdoni d’essere ©osi poco dimostrativo e tanto ellitico, e solo per giungere prima al mio argomento principale- la determinazione dell’essere come presenza in tutti i significati che ha questa parola. Si potrebbe dimostrare che tutti i nomi del fondamento, del principio o del centro hanno sempre designatici l’invariante di una presenza (eidos, arche, télos, enér-geia, alétheia, ousia; sostanza, essenza, esistenza, soggetto, trascendentalità, coscienza, Dio, uomo. ecc. ecc.). L’avvenimento della rottura, la lacerazione a cui alludevo all’inizio, potrebbe essersi prodotta nel momento in cui alla strutturalità della struttura si è dovuto incominciare a pensare, vale a dire a ripetere, ed è questa la la ragione per cui dicevo che tale lacerazione era ripetizione, in tutti i significati di questa parola. Da allora si è dovuta pensare la legge che richiedeva in qualche modo il desiderio del centro nella costituzione della struttura, e il processo della significazione subordinante i suoi spostamenti e le sue sostituzioni a questa legge della presenza centrale; ma d’una presenza centrale che non è mai esistita essa stessa, che è sempre già stata trasferita fuori di sè nel suo sostituto. Il sostituto non si sostituisce a niente che gli sia in qualche modo preesistito. Da quel momento è stato necessario incominciare a pensare che non esisteva alcun centro, che il centro non poteva essere pensato nella forma di uno stato-presente, che il centro non aveva un luogo naturale, che non era un luogo fisso bensì una funzione, una specie di non-luogo nel quale si compivano all’infinito delle sostituzioni di segni. E’ allora il momento in cui il linguaggio invade il campo problematico universale; è allora il momento in cui, in assenza di centro o di origine, tutto diviene discorso -a condizione di intendersi su tale vocabolo-, vale a dire sistema nel quale il significato centrale, originario o trascendentale non è mai presente in assoluto, al di fuori di un sistema di differenze. L’assenza 4