Non si ha evidentemente scandalo che all'interno di un sistema di concetti che riconosce la differenza tra natura e cultura. Iniziando la sua opera sul fa\ctum della proibizione dell’incesto, Lévi-Strauss si colloca proprio nel punto in cui questa differenza che è sempre stata ritenuta ovvia, si trova cancellata o contestata. Infatti, dal momento che 1* proibizione dell’in-cesto non si lascia più pensare entro l’opposizione natura/cultura, non si può più affermare che sia un fatto scandaloso, un nucleo di opacità all’interno d’una rete di significati trasparenti; essa non è affatto uno scandalo in cui ci s’imbatte, sul quale s’inciampa nel campo dei concetti tradizionali ; essa è invece ciò che sfugge a quei concetti e certamente li precede e probabilmente come loro condizione di possibilità. Si potrebbe forse dire che tutta la concettualità filosofica formante un sistema con l’opposizione natura/cultura è fatta per lasciare nell’impensalo ciò che la rende possibile, e cioè l’origine della proibizione dell’incesto. Questo esempio è stato troppo rapidamente evocato, esso non è che un esempio in mezzo a tanti altri, ma rivela già che il linguaggio porta in sé la necessità della propria critica. Ora questa critica può realizzarsi secondo due vie e due « maniere ». Nel momento in cui si fa sentire il limite dell’opposizione natura/cultura, si può voler mettere in discussione in maniera sistematica e rigorosa la storia di questi concetti. E’ questo un primo gesto. Tale discussione sistematica e storica non sarebbe nè un fatto filologico, nè un fatto filosofico nel senso classico di questi termini. Preoccuparsi dei concetti che sono fondamento di tutta la storia della filosofia, il de-costituirli, (de-constituer) non è far opera di filologo o di storico classico della filosofia; è questa senza dubbio, malgrado le apparenze, la maniera più audace di compiere un passo fuori dai limiti della filosofia. Ora l’uscire dai limiti della filosofia è cosa molto più difficile a pensarci di (pianto non credano generalmente coloro che pensano di avere già operato da tempo con spigliata baldanza una simile operazione. Viceversa costoro sono generalmente sprofondati nella metafisica con lutto il corpo del loro discorso, dal quale pretendono invece di avere eliminato ogni residuo metafisico. L’altra scelta -e io credo che essa corrisponda maggiormente alla maniera di Lévi-Strauss-consisterebbe nel conservare, denunciandone qua e là i limiti, tutti questi vecchi concetti, come degli arnesi che potrebbero ancora servire. Questo per evitare quanto di sterilizzante, a livello della ricerca empirica, potrebbe aversi all’interno di questa prima fase. In questo senso a tali concetti non si dovrebbe prestare alcuna valenza di verità, nè alcun significato rigoroso; anzi si dovrebbe essere pronti ad abbandonarli in tutti i casi in cui comparissero altri strumenti più confacenti all’uso. Nell’attesa se ne dovrebbe sfruttare l’efficacia relativa e li si dovrebbe utilizzare per distruggere la vecchia macchina alla quale essi stessi appartengono e di cui costituiscono gli ingranaggi. E’ cosi che si critica da sè il linguaggio delle scienze umane. Lévi-Strauss pensa così di poter separare il metodo dalla verità, gli strumenti dal metodo e dai significati obiettivi attraverso di esso raggiunti. Si potrebbe quasi dire che è questa la prima affermazione di Lévi-Strauss. Sono in ogni caso le prime parole di « Structures » : «Si comincia a comprendere che la distinzione tra stato di natura e stato di società (diremmo oggi più volentieri: stato di natura e stato di cultura), pur mancando di significato storico accettabile, ha un valore che giustifica pienamente il suo uso, nella sociologia moderna, come strumento metodologico». Lévi-Strauss saia 8