Il che serve a mettere in luce l’altro filo del discorso che dovrebbe guidarci in questa sede. Lévi-Strauss descrive il bricolage non solamente come attività intellettuale, ma anche come attività mitopoietica. Si legge ne all pensiero selvaggio» (p. 30 ed. it.): «Come il bricolage sul piano tecnico, la riflessione mitica può ottenere sul piano intellettuale risultati Veramente pregevoli e imprevedibili; reciprocamente è stato spesso osservato il carattere milopoietico del bricolage ». Ora il lato più considerevole e audace dell’operazione di Lévi-Strauss non consiste solamente nel proporre, particolarmente nella più attuale delle sue ricerche, una scienza strutturale dei miti e dell’attività mitologica. La sua audacia appare anche, e io direi soprattutto, all’interno dello statuto che egli accorda ai propri discorsi sul mito, a ciò che egli chiama le sue mito-logiche. E’ il momento in cui il suo discorso sul mito imprende a riflettere su se stesso e a compiere una sorta di autocritica. Ora questo momento, questo periodo critico, interessa evidentemente tutti i linguaggi che si dividono il campo delle scienze umane. Che cosa dice Lévi-Strauss delle sue « mito-logiche » ? E’ qui che si ritrova la virtù mitopoietica del bricolage. In effetti, quel che c’è di più seducente in questa ricerca critica di un nuovo statuto del discorso, è l’abbandono dichiarato d’ogni riferimento a un ceniro, a un soggetto, a un riferimento privilegiato, a un principio o un archetipo assoluto Si potrebbe seguire il tema di questo decentramento attraverso tutta YOuverture del suo ultimo libro su « Il crudo e il cotto ». Voglio solamente segnalare qui qualche punto di riferimento. 1 ) In primo luogo, Lévi-Strauss riconosce che il mito bororo, che egli utilizza come mito di riferimento, non merita questo nome e questo trattamento; si tratta di un appellativo specioso e di una pratica abusiva. Questo mito non merita, per lo meno non in misura maggiore di ogni altro, il suo privilegio referenziale: «Come tenteremo di mostrare, il mito bororo, che sarà ormai designato con il nome di mito di riferimento, non è altro che una trasformazione più o meno profonda di altri miti provenienti sia dalla Stessa società, sia da società vicine o lontane. Sarebbe quindi stato legittimo scegliere come punto di partenza una rappresentazione qualsiasi del gruppo. Sotto questo profilo, l’interesse del mito di riferimento non dipende dal suo carattere tipico, quanto piuttosto dalla sua posizione irregolare in seno a un gruppo», (p. 14 dell’ed. it.). 2) Non c’è unità né scaturigine assoluta del mito. Focolai)© o sorgente sono sempre delle ombre o delle virtualità inattingibili, inattuaiizzebili, e prima di tutto inesistenti. Il discorso stesso su questa struttura a-centrica che è il mito non può aver soggetto o centro assoluti. Occorre, perchè non venga meno la forma e il movimento del mito, evitare quella forma di violenza che consisterebbe nel dare un centro a un linguaggio che viceversa si muove secondo una struttura a-centrica. Occorre dunque rinunciare in questa sede al discorso scientifico o filosofico; all’episteme che ha per esigenza assoluta, anzi che è l’esigenza assoluta di risalire alla sorgente, al centro, al fondamento, al principio, eoe. In opposizione al discorso epistemologico, il discorso strutturale sui miti, il discorso mito-logico, deve essere lui stesso inito-morfo, vale a dire possedere la forma di cui tratta. 10