E’ quanto dice Lévi-Strauss in « 11 crudo e il cotto » di cui stralcio una bella pagina : « Effettivamente, non potendo conformarsi al principio cartesiano! di dividere la difficoltà in tante parti quante sono quelle richieste per risolverla, lo studio dei miti pone un problema metodologico. Non esiste un termine vero e proprio* dell’analisi mitica, né un’unità segreta che si possa cogliere iflla fine del lavoro di scomposizione. I 'temi si sdoppiano all’infinito. Quando si crede di averli dipanati e di tenerli separati, si deve poi constatare che essi tornano a saldarsi, in risposta alle sollecitazioni di affinità impreviste. Pertanto l’unità del mito è solo tendenziale e proiettiva, non riflette mai uno stato o un momento del mito. Fenomeno immaginario implicato dallo sforzo di interpretazione, la sua funzione consiste nel dare una forma sintetica al mito e nell’impedire che esso si dissolva nella confusione dei contrari. Si potrebbe quindi dire che la scienza dei miti è una anaclastica, assumendo» questo vecchio termine nel senso lato autorizzato dall’etimologia, intendendo cioè sia lo studio dei raggi riflessi sia quello dei raggi rifratti. Ma, a differenza della riflessione filosofica, che pretende di risalire fino alla sua origine, le riflessioni di cui parliamo qui interessano raggi privi di qualsiasi fuoco che non sia virtuale Volendo imitare il movimento spontaneo del pensiero mitico, la nostra indagine, anch’essa troppo breve e troppo lunga, ha dovuto piegarsi alle sue esigenze e rispettare il isuo ritmo. Cosi questo libro sui miti è, a moldo suo, un mito ». (pp. 18-20 ed. it.). L’affermazione è ripresa poco oltre: «Siccome i miti stessi riposano su coldici di secondo grado (i codici di primo sono quelli di cui si compone il linguaggio), questo libro offrirebbe allora il progetto di 'un codice di terzo grado destinato ad assicurare la traducibilità reciproca di vari miti. E’ la ragione per la quale non sarà errato considerarlo un altro mito: in un certo qual modo il mito della mitologia» (p. 28 ed. it.). E’ per questa assenza d’ogni centro reale e fisso del discorso mitico o mitologico che si giustificherebbe il modello musicale scelto da Lévi-Strauss per la composizione del suo libro. L’assenza del centro è qui da intendersi come l’assenza del soggetto e l’assenza dell’autore : « Il mito e l’opera musicale appaiono dunque come dei direttori d’orchestra i cui uditori skrao i silenziosi esecutori. Se si chiede allora dove si trova il fulcro reale dell’opera, si dovrà rispondere che la sua determinazione è impossibile. La musica e la mitologia mettono l’uomo a confronto con oggetti virtuali di cui soltanto l’ombra è attuale... I miti non hanno autore», (p. 35). In questo modo dunque il bricolage etnografico assume deliberatamente la sua funzione mitopoietica. Ma al medesimo momento, quest’ultima fa apparire come mitologica, ovvero come un’illusione storica, l’esigenza filosofica o epistemologica del centro. Nondimeno se ci si arrende alla necessità del gesto di Lévi-Strauss, non è possibile ignorarne i rischi. Se la mito-logicd è mito-morfica, è forse possibile dire che tutti i discorsi sul mito si equivalgono? Sarà necessario abbandonare ogni esigènza epistemologica che permetta di distinguere tra le diverse qualità di linguaggi sul mito? E’ una domakida classica, ma inevitabile. Non è possibile rispondervi e io credo che nemmeno Lévi-Strauss vi risponda- fino a quando non sia stato espressamente post,o il problema dei rapporti tra il filosofema o il teorema da una parte, il mitogema o il mitopoiema, dall’altra. II che non è certamente una cosa da poco. Per non aver espressamente posto questo problema ci si condanna a trasformare la 11