voler partecipare alla progettazione di dimensioni umane in cui poter parlare, senza essere arcadi, di capelli di donna, di volto di donna, di fiore che affiora, così come si parla di cose necessarie e sufficienti. Evidentemente non » tratta di offrire bellamente ancora i profumi alle anime sensibili; si tratta invece di tener conto degli oggetti, delle cose, che sono proprio gli oggetti e le cose degli uomini e delle donne che ancora vogliono parlare per un immane bisogno d'amore, non sentito più, — lo dirà più tardi Pagliarani — come l'ossequio necessario alle consuetudini della specie (3). Le abitudini si fanno con la pelle così tutti ce l'hanno se hanno pelle (La ragazza Carla, I, 1) (4). Non è così per Carla Dondi. La madre pantofolaia non capisce perchè Carla, infilato l’ago, tagliate le pezze, faccia buffi disegni, decori con nastrini di seta e un fiocco rosso le pantofole che le vecchie vogliono solo comode e calde. Inoltre Carla non ha ancora l’abitudine, benché abbia la pelle, a due mani che le piombano sul petto. E Piero, che l’ha aggredita sul ponte, e la gente, è tutta così? Fuor di metafora, La ragazza Carla è la storia di chi non sa ancora che l’amore è adattamento; di chi non vuole accettare anche il sesso, cioè la sopravvivenza; quindi la storia della ragazza disadattata, abbastanza tipicizzata tanto da trovare noi la possibilità di aderire, almeno in parte, a quella definizione di storia improbabile cui ha accennato Fortini (5). La ragazza non capisce, o meglio inconsapevolmente rifiuta di capire che la dimensione inequivocabile in cui vive non è fatta per chi si ascolta crescere, per chi evade nelle attese. Carla è un personaggio fondamentalmente ambiguo, non sa distinguere il piano del reale da quello dell’immaginario ; il diaframma che isola l’emozione inconsapevole o appena percepita da quella ormai ridotta sotto il controllo della condotta quotidiana, si è frantumato. Pagliarani indica, cioè costruisce tale frattura inventando una tecnica di racconto, fondata su un verso estremamente ampio, prosastico, che improvvisamente può restringersi, frantumandosi in parole graficamente isolate, capaci di suggerire i ripiegamenti opachi, gli spessori che risultano dall’accumulo dei vari stati psicologici all’interno della coscienza (non sempre perfettamente posseduta) del personaggio. In ciò consiste la discorsività relativa, seppure di diretta percettibilità di cui ha discorso con tanta chiarezza Giovanni Sechi (6), nel suo intervento su Pagliarani. In questo senso La ragazza Carla non è la storia di un fatto, di una situazione ordinata entro gli schemi della narrazione psicologica tradizionale. E’ storia che si fa col farsi dell’ opera stessa di Pagliarani; cioè non abbiamo la riduzione del personaggio e della storia alla dimensione del Poeta; si crea invece una linea di tensione (ed è qui il rischio ! ) tra soggetto-oggetto, operatore-personaggio, in cui i due termini possono talvolta identificarsi, talora scontrarsi e dibattere sul proprio diritto all’esistenza. Nerina, la sorella di Carla, ha trovato il reduce dalla Germania, che soffre di reumatismi, abulico, che non si muove e non si scrolla, Angelo, che l’ha sposata, che non è cattivo, che, tutto sommato, prende ventiseimila con la contingenza. E lei invece, Carla, si ascolta crescere; lo sa : si cresce (piando s’allungano le notti e s’abbreviano i giorni; si cresce quando nel letto la ragazza si accarezza e copnstata che non le manca niente. Quindi ancora storia di una frustrazione di sentimenti, di cui Paglia- 23