rani non ha pietà; storia di commozioni consapevoli : ma senza fantasia come può immaginare di commuoversi. cronaca di mesi alla fine dei quali non si hanno desideri precisi da chiarirsi. E la dimensione chiusa, perplessa, della ragazza che finirà per piegarsi, per non sipezzarsi. In fondo, pensa Angelo, cosa vuole? In Germania lavoravano nei campi Le ragazze con zappe e con forconi e tu che cosa aspetti? Pagliarani racconta, cioè costruisce la storia dopo essersi chiarito che il linguaggio, il dialetto di Carla coincide con il suo stesso modo di rapportarsi agli altri, con istinto di opposizione e di contestazione. E’ questo un ulteriore modo di portare avanti il problema operativo come problema di discriminazione linguistica, di codificazione o non di un lessico incarnato in una concretezza storico-sociale, che ora è quella di Carla, ora è espressione del comportamento di Piero, il satiro dei boschi di cemento, che rincasa disgustato dopo aver cercato di far violenza a Carla; ora è la traduzione della appren-sività subito inibita della madre, o lo sfogo del non mite Aldo, che come traduttore deve rendere comprensibile la necessità di una terza guerra mondiale, così come è stata imposta dall’universo linguistico di uno spietato diritto internazionale. Racconto parlato dunque, con una forte propensione alla misura drammatica, nel senso che Pagliarani, sollecitato dalla presenza dei personaggi (o meglio dal loro segno linguistico), li lascia discorrere, cioè prende atto delle proposizioni, denudandole, smontandole con la consapevolezza che questa operazione non comporta soltanto la discriminazione all’interno del segno, ma soprattutto implica la volontà di rilevare la inautenticità dei differenti modi di intendere la quotidianità. Si presenta infatti in tutta l’opera l’inflessione linguistica atta a registrare, cioè a fare l’inventario dei pensieri, dei ragionamenti, delle emozioni dei vari personaggi. Dal momento che i differenti elementi dell’esperienza sono percepiti dai personaggi -— Carla, Aldo. Nerina, Praték, monsieur Goldstein — in modi e sotto relazioni diverse, è inevitabile che differenti siano le dimensioni linguistiche capaci di rappresentare ora l’inedia emotiva di Nerina, ora l’emotività inibita ed irritabile di Carla, ora gli inariditi itinerari della vita d’uffico, ora l’insinuante mellifluità di Goldstein. Il fatto importante è tuttavia che nessun personaggio, pur parlando linguaggi diversi, si rende conto delle frizioni derivanti dalla loro accumulazione, sovrapposizione e giustapposizione. Anzi i diversi linguaggi usati fungono da intercapedine : i personaggi non si conoscono, nè si toccano l’un l’altro. Se fossero consapevoli di ciò avrebbero già inteso che i segni corrispondono ad un modo di organizzare il reale, e che la proposta neologistica indica la volontà di modificare il mondo. Questo, anzi, è compito dell’operatore. In tal senso Pagliarani cerca di mantenere in efficienza il linguaggio (7), inventando cioè un’area variata di discorso che permetta di valutare i differenti linguaggi dell’attuale situazione socio-culturale. Non si tratta evidentemente di accettazione o di registrazione naturalistica, ma di progettazione di nuovi segni intesi anche a codificare il linguaggio (un certo!) non usurato 24