abbiamo sottoposto La ragazza Carla. La linea di discorso orizzontale, il sincronismo dei tempi verbali (l’uso quasi esclusivo del presente indicativo), la paratassi prevalente che ricalca la dimensione linguistica di una certa classe sociale, contestata, cioè messa in discussione dai coretti caustici (ma già ne La ragazza Carla avevamo Casa mia Casa mia per piccina che tu sia, con quel che segue), ci danno la possibilità di sottolineare almeno due aspetti costanti dell’operazione di Pagliarani. Primo: con II tassista clandestino si ripresenta la dimensione cronotopica di La ragazza Carla: tempo e spazio sono ancora il presente e la città di Milano, con gli oggetti non più presentati nella enumerano, ma fatti protagonisti violenti e corposi ; secondo : il poemetto drammatico ci autorizza a riprendere certe posizioni di poetica (19) che Pagliarani chiariva a se stesso negli anni ’57-59. Le specifiche competenze che egli attribuiva al Kind lirico e al genre lirica, la reinvenzione dei generi che comporta «la necessaria conseguenza della più ampia e variata modulazione sintattica del discorso poetico conseguente all’arricchimento del lessico», l’esigenza di «trasferire nel discorso poetico le contraddizioni presenti nel linguaggio di classe» : sono questi i termini di poetica che si realizzano operativamente prima in La ragazza Carla e quindi in questo poemetto drammatico. I mica, i no perchè che avviano la proposizione, gli e poi che stringono la coordinazione, certe affermazioni di Armando, il taxista clandestino ma se si rompe la corda ostia se ci sarà da ridere i Finche ce la faremo a fregarcene della gente, le riprese premeditate del coro La strada più sicura per non combinare niente è far pena alla gente o litigare col cliente i farneticamenti di Armando nell’ultimo monologo convincono della possibilità che Pagliarani ha di rompere le stratificazioni nel pubblico con la sua problematica teatrale. La questione metrica, che sta giustamente tanto a cuore ad A. Giuliani (20) trova in Pagliarani la sua focalizzazione. Il nuovo genere, la invenzione del poemetto rimette in discussione tutta la struttura del verso, che in concomitanza con la sostanza disordinatrice del significaio che comunica, si presenta come forma espressiva, cioè come significante in una struttura sintattica inamena, normalizzata (direbbe R. Barilli), con cesure che rispondono al ritmo della gestualità ora rattenuta, ora concitata, ora iterativa ed allucinata del protagonista. Anche con Lezione di fisica (Lettere e/o recitativi), 1964, si ripropone la discussione intorno al rapporto tra il nuovo genere (la lettera in versi o egloga) e la conseguente nuova struttura metrica implicata: un metro che si scandirà in obbedienza alla sistole-diastole psicologica, che si allarga pianamente e che d’improvviso si restringe, si spezza, si comprime; un verso che traduce il timbro emotivo e l’apertura evocativa che di volta in volta risulteranno dal rapporto istituito tra soggetto e oggetto. La Lettera impone una intenzionale adesione alla quotidianità: per dirlo con C. Brandi: «è sul fatto, e non prima del fatto, che va esercitata la missione» (21). Pagliarani istruisce il processo al fatto, cioè a se stesso per quanto di autobiografico presentano le sue Lettere, e alla esistenzialità, al Dasein di 28