Umberto Artioli Il problema dell’essenza del tragico E’ morta oggi la tragedia? O meglio, in che misura all’interno della civiltà contemporanea, del pensiero e della cultura contemporanei, è possibile scorgere il manifestarsi dell’esperienza tragica? E ancora : quali sono i rapporti che legano tragico e tragedia, la visione del mondo tragica e la sua resa teatrale; il tragico come categoria metafisica o più semplice-mente come dato psicologico immediato e la tragedia come sottocategoria del genere drammatico? La recente traduzione d’un testo di Giorgio Steiner dal titolo assai significativo Morte della tragedia (1) è servita a riportare alla luce una problematica abbastanza insolita, almeno dal punto di vista della nostra cultura. In questo senso il Convegno Intemazionale tenutosi a Bressanone, a cura della Università di Padova, nell’agosto scorso, convegno che partiva dalla serie di temi emersi dalla lettura del testo steineriano per allacciarsi più indirettamente a talune proposte della più recente trattatistica francese sull’argomento, ha avuto il merito non indifferente di portare sul piano vivo del dibattito una questione così stimolante e ricca di articolazioni. Con tutto questo, ci ha meravigliato lo scarso peso che è venuta ad assumere nell’economia del dibattito, una questione che viceversa riteniamo pregiudiziale per ogni discorso sul tragico. Chiedersi se la visione tragica rappresenti o no una possibilità del mondo moderno, se la cultura del ’900 abbia saputo dar vita o no a forme di spettacolo che rappresentino l’equivalente della tragedia attica, se quest’ultima in definitiva possa ancora comunicarci dei contenuti vitali, significa per noi porsi di fronte, prima che a un problema di strutture storico-sociali, di condizionamento sociale, alla questione concernente l’essenza del tragico. Come infatti stabilire se una visione tragica della vita parli ancora alla coscienza contemporanea o se viceversa essa resti morto prodotto di situazioni storiche ormai superate, da conservarsi con la stessa religiosa ma sterile venerazione con cui si guarda alle reliquie del passato, se prima non si è stabilito in che cosa consista l’essenza del tragico, la forma o la struttura della visione tragica? Quando Steiner ci mette di fronte al dato di fatto della mancanza di continuità del teatro tragico, sottolineando le sue esplosioni come una serie di coincidenze che han del miracoloso; quando Goldmann sottolinea lo sconcertante fenomeno per cui ai periodi di fioritura tragica farebbe immancabilmente seguito una fase ottimistico- 34