razionalistica, vengono poste in efletti le basi per una ricognizione storico-sociologica del problema. Ma il richiamo a tale tipo di indagine sottintende una questione più profonda, che già il giovane Lukacs aveva presentato in forma problematica in Sociologia del dramma moderno « La componente sociologica determina soltanto la possibilità di realizzazione del valore estetico, oppure dà vita al valore estetico medesimo »? (2) In altre parole, esiste una sfera del tragico puro, che tuttavia diviene realizzabile solo in certe situazioni storiche e non in altre, ovvero la struttura della visione tragica è un prodotto della componente storico-sociale, aperta quindi a quei nuovi significati e a quelle nuove motivazioni che le forze dell’evoluzione storico-sociale vengono a suggerire? O ancora, per dirla in termini goldmanniiani,, la forma tragica è una «struttura significativa atemporale» o una «struttura significativa dinamica»? Nel convegno bressanoniano la questione, dicevamo, è stata affrontata solo marginalmente. Vi si è riferito Lucien Goldmann, nella misura in cui, nel corso dei suoi preziosi interventi in chiave sociologica, ha voluto dimostrare Ó fondamentale legame che unisce la visione tragica alle strutture storico-sociali, e, di conseguenza, la sua interpretazione « dinamica » della struttura tragica. Vedremo poi come il procedimento goldmanniano, assai interessante per molti aspetti, non vada esente da talune ambiguità metodologiche che abbiamo creduto di poter rilevare soprattutto dalla lettura di Le dieu cache. (3) Vi si è soffermato inoltre Jacques Derrida nella stimolante proposta di leggere nella tragedia non tanto una forma teatrale fra le tante che costituiscono la struttura del teatro mondiale, quanto una forma che, presentando un rapporto particolarissimo con l’essenza stessa del pensiero occidentale, non può essere esaminata se non in stretta connessione col problema delle sorti della civiltà d’occidente. «Con la tragedia, ha detto Derrida, ha inizio la storia del pensiero occidentale. Crediamo dunque non sia azzardato formulare l’ipotesi secondo cui la morte dello spirito tragico sia problema riguardante non tanto un particolare settore del genere drammatico, quanto quello più vasto del declino e della morte della stessa civiltà occidentale ». Ritrovando nella tragedia l’essenza stessa del pensiero occidentale, in definitiva identificando la storia della tragedia con la storia del pensiero occidentale, Derrida ¡mostra di accogliere, radicai izzandolb, almeno questo assunto fondamentale del testo steiineriano : la tragedia è quel prodotto tipico della cultura d’occidente che invano ci si sforzerebbe di reperire in altre forme di civiltà e di cultura. « Ogni uomo, scrive infatti Steiner, nella vita conosce la tragedia. Ma la tragedia come forma drammatica non è universale. L’arte orientale conosce la violenza, il dolore ed i colpi inflitti da disastri naturali o provocati; il teatro giapponese è colmo di ferocia e di morti cerimoniali. Ma la rappresentazione della sofferenza e dell’eroismo individuale, che noi chiamiamo tragedia, è tipica della tradizione occidentale ». (4) Ora sia la relazione di Derrida, che si muoveva nell’ambito dei temi comuni alla critica del pensiero metafisico e in cui erano chiari riferimenti a Nietzsche ed Artaud, sia i successivi interventi di Goldmann, avrebbero potuto provocare un dibattito generale sulla questione metodologica, magari polarizzato sulla evidente diversità di linee d’ispirazione presenti nella posizione dei due studiosi francesi. Viceversa, dibattito in questo senso non si è avuto, e la discussione si è snodata 35