su altri temi per cui la questione metodologica, per noi pregiudiziale, è stata abbandonata. Diciamo subito che non siamo in grado di analizzare la relazione di Derrida, che ci è apparsa tuttavia particolarmente interessante - in quanto disgraziatamente non siamo potuti entrare in possesso del testo scritto. Limiteremo quindi il nostro studio a un’analisi delle posizioni di Steiner e di Goldmann, che ci sembrano offrire un significativo punto di riferimento dal punto di vista dell’impostazione metodologica del problema. TRAGICO E TRAGEDIA IN G. STEINER Già dal brano sopra riportato è possibile notare come Steiner opponga tragico e tragedia, l’esperienza psicologica del tragico, caratteristica della vita, e in questo senso universale, e la sua espressione drammatica, la tragedia come genere, riferibile viceversa alla sola cultura occidentale. In tutto l’arco di Morte della Tragedia non troviamo un passo dedicato allo studio della visione tragica che non si risolva all’interno delle forme teatrali. (5) Non sappiamo quanto questo possa dipendere da mere partitoni di lavoro. Ma anche tenendo conto che le intenzioni dello Steiner erano quelle di fornirci uno studio monografico sull’evoluzione della tragedia (e non della coscienza tragica) a partire dal periodo posteriore alla fioritura elisabettiana, non ci sembra che questo discorso possa giustificare l’assoluta mancanza di qualsiasi riferimento alle possibilità di una produzione tragica extra-teatrale (reperibile quindi in altri generi artistici : letteratura, pittura, scultura ecc.). Probabilmente Steiner, come Paul Ricoeur, e diversamente da Goldmann, ritiene che « la visione tragica del mondo sia legata a uno spettacolo e non a una speculazione filosofica )> (6) e che di conseguenza non sia corretto porsi il problema della morte del tragico come se si) trattasse di un’essenza concettuale, svincolata dal momento della rappresentazione, ma occorra porsi risolutamente il problema del declino dello spettacolo tragico, della morte della tragedia come genere drammatico. Paul Ricoeur illustra perfettamente questo concetto quando scrive « Se il segreto dell’antropologia tragica è teologico (7), questa teologia dell’accecamento è forse inconfessabile, inaccettabile per il pensiero. L’espressione plastica e drammatica del tragico non sarebbe più allora il travestimento secondario e accidentale d’una concezione dell’uomo che avrebbe potuto essere espressa diversamente e in forma più chiara. E’ proprio dell’essenza del tragico il dover essere mostrata su un eroe tragico, su un’azione tragica, su uno scioglimento tragico. Forse il tragico non può sopportare d’essere trascritto in una teoria che, diciamolo pure, non potrebbe essere che la teologia scandalosa della predestinazione del male » (8) In questo senso Ricoeur distingue i temi pre-tragici dal momento vero e proprio della tragedia. Anche in Solone è lecito scorgere il motivo della hybris, ma in lui il concetto di hybris è legato a un fine didascalico : evitare che gli uomini possano attirare su di sè la gelosia del dio oltrepassando con il loro comportamento i limiti della misura. Ma in Solone siamo ancora al di qua delle soglie della tragedia. La sua visione del mondo porta a una scansione precisa degli ambiti del divino e dell’umano, for- 36