tativi di restituzione della tragedia come genere drammatico, si palesino chiari i sintomi di un generale risveglio della visione tragica dell’esistenza. In questo senso la cultura esistenzialistica e fenomenologica riprendono e svolgono l’eredità di un Kirkegaard, di uno Schopenauer, di un Nietzsche, di quanti cioè avevano impersonato all’interno dell”800 la reazione al panlogismo hegeliano o, più genericamente, al razionalismo ottimistico. Questa perdita di fiducia negli ideali dell' individualismo borghese, che aleggia sugli spiriti europei più consapevoli alla vigilia della prima guerra mondiale, percorre Oome un lungo brivido tutto l’arco di L’Anima e le Forme di Giorgio Lukacs. « Oggi, scriveva l’allora ventiquatrenne filosofo ungherese, noi possiamo nuovamente sperare l’avvento della tragedia, perchè mai come oggi la natura e il destino furono così terribilmente senz’anima, mai come oggi le anime umane percorrono in tanta solitudine le loro strade abbandonate; è possibile sperare in un ritorno della tragedia, quando si siano dileguati del tutto gli incerti fantasmi di un ordine di comodo, che la viltà dei nostri sogni ha proiettato sulla natura per crearsi un’illusione di sicurezza » (11) La rinascita di un’autentica coscienza tragica veniva così ad attuarsi nella misura in cui la speculazione filosofica tornava a inquadrare i problemi dell’individuo concreto, dopo averlo svincolato dall’assorbimento idealistico all’interno dello Spirito Assoluto. Ma tale via passava soprattutto attraverso la messa in crisi dell’individualismo borghese, del suo ordine fondato sulla centralità dell’individuo divenuto portatore d’ogni norma etica. Riaprendo l’uomo all’angosciata coscienza dei propri limiti, la visione tragica recuperava la via della trascendenza. « La saggezza del miracolo tragico, scrive ancora a questo proposito Lukacs, è la saggezza del limite ». (12) Legata ai nomi di Lukacs, di Jaspers, di Unamuno, di Ortega y Gasset, assistiamo dunque nel ’900 ad una rifioritura del pensiero tragico. Per cui il problema posto da Steiner dovrebbe a nostro avviso riproporsi : in che misura la visione tragica della vita, penetrata nel pensiero filosofico, è potuta rifluire nell’esperienza artistica? Fino a che punto è possibile sostenere che il tragico, abbandonate le vie del teatro divenute inidonee, si sia rifugiato presso altre forme artisty-che; o, che è lo stesso, fino a che punto in Dostoiewski e Kafka, e non in Eliot, Yeats o Cocteau, possiamo leggere gli autentici interpreti di una visione tragica dell’esistenza? E’ evidente a questo punto che, se la nostra proposta ha qualche fondamento, non c alla linea sostenuta da Ricoeur e seguita da Steiner che occorre fare riferimento, ma piuttosto ad altre soluzioni metodologiche che abbiano il pregio di partire dalla presa in considerazione dell’elemento concettuale presente nella visione tragica. In questo senso numerosi punti di interesse ci ha offerto l’opera di Lucien Goldmann Le Dieu Cache, in cui lo studioso francese fonda l’analisi dell’opera di Pascal e Racine a partire dalle possibilità di estrazione, all’interno della produzione dei due scrittori francesi del XVII secolo, di una visione tragica coerente della esistenza. E’ questo schema metodologico goldmanniano che vorremmo qui brevemente analizzare, per vagliare sino a qual punto ne sia possibile un’utilizzazione ai fini della indagine che ci interessa. 38